Economia: La storia nascosta di Max Weber (di Angelo Giubileo)

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angelo_giubileo_2In premessa, occorre ribadire che l’Economia da sempre assolve ad un compito essenziale, che è quello della formazione e quindi della determinazione del prezzo dei beni e delle merci. La storia “nascosta”, forse occultata, e comunque negata a cui di seguito intendiamo accennare, è la storia dell’economista Max Weber; meglio noto viceversa come il padre fondatore della sociologia “moderna”.

Si dice comunemente infatti che le origini del pensiero “moderno” siano al meglio descritte nel più famoso testo dell’autore, dal titolo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. E così, a leggere un qualsiasi manuale di testo liceale, originariamente il capitalismo sarebbe la risultante dell’agire necessario determinato dal fenomeno diffusosi in Occidente dello spirito della riforma luterana e in particolare della morale calvinista.

Solo in una fase successiva, il capitalismo sarebbe stato viceversa frutto dell’“ansia” di profitto crescente del capitalista-tipo. Questa tesi, di matrice weberiana, nel corso del secolo scorso sarà contrapposta dalla tradizione alla teoria marxista, di base materialista; avendo anche il fine, supposto, di attribuire al fenomeno crescente del capitalismo comunque una matrice fondamentalmente “cristiana”.

E invece … Quasi un secolo dopo la stesura, nel 1990 viene pubblicata una copia anastatica di uno scritto di Weber avente per argomento l’“Economia politica generale teoretica”. Ovvero, il Grundriβ 1898, un manoscritto stampato in occasione del corso estivo tenuto nel 1898 a Heidelberg, quale successore di Knies alla cattedra di Economia politica (1896-1898),  dopo lo stesso tipo d’incarico ricoperto da Weber a Friburgo nel 1894. Particolare affatto irrisorio, Knies aveva già criticato le basi della teoria del valore di Marx.

Peraltro, lo stesso Marx avrebbe poi riconosciuto il suo originario errore; ma anche di tale ravvedimento, colpevole anche stavolta la tradizione, la storia tardivamente ha reso giustizia ai fatti. L’errore, consiste nel fatto che il valore di scambio di un bene, e conseguentemente il prezzo del bene stesso, non dipende in via esclusiva dal rapporto tra la quantità di lavoro impiegata e il capitale investito nella produzione. Inoltre, la misura del profitto, che rappresenterebbe la remunerazione ingiusta e quindi asimmetrica del capitale in danno del lavoro, non può ritenersi direttamente proporzionale alla misura delcapitale. E in definitiva, ritenersi erroneamente che la misura del profitto sia direttamente proporzionale allo sviluppo crescente del capitalismo.

(Prima parte – segue) di Angelo Giubileo

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