Presunti abusi nell’asilo di Coperchia, a processo sei persone

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abusi-salerno-pedofiliaDopo quasi sei anni di indagini, perizie e interrogatori assistiti delle piccole vittime arriva il rinvio a giudizio per bidelli e impiegati amministrativi dell’asilo nido di Coperchia a Pellezzano accusati tutti, eccetto la maestra, di abusi sessuali e pedopornografia nei confronti di diciassette bambini, quasi tutti rappresentati in giudizio dall’avvocato Cecchino Cacciatore.

L’indagine partì dopo la denuncia presentata da alcuni genitori che hanno chiesto i danni al Ministero dell’Istruzione.  Il giudice delle udienze preliminari presso il Tribunale di Salerno, Donatella Mancini, ha accolto le richiesta del sostituto procuratore Cristina Giusti disponendo il processo per le sei persone coinvolte in questa storia. Dovranno comparire in aula, e difendersi dalle accuse, il prossimo 3 ottobre presso la seconda sezione penale del palazzo di giustizia salernitano.

I fatti contestasti riguardano l’anno scolastico 2009-2010 quando numerosi bambini sarebbero stati costretti a subire abusi sessuali divario genere. L’insegnante salernitana è accusata di aver lasciato fare, venendo meno ai suoi doveri di vigilanza e talora affidando i bambini proprio a coloro che si sarebbero rivelati orchi.

Secondo il pubblico ministero Cristina Giusti i bimbi erano costretti a subire atti sessuali di vario genere, “consistiti – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio – in masturbazioni, rapporti orali, toccamenti, rapporti o manipolazioni genitali e anali, anche con l’uso di giocattoli sessuali”, simulando giochi solo in apparenza innocui. L’orrore è emerso quando alcuni genitori hanno notato nei figli situazioni di malessere e alcuni minori hanno iniziato a raccontare.

I bambini che sarebbero finiti nella rete dei pedofili sono almeno otto, quanti ne saranno rappresentati a ottobre dai genitori che si sono costituiti parte civile. Ed è stato proprio uno degli avvocati delle vittime, Cecchino Cacciatore, a chiedere che nel processo entrasse anche il Ministero dell’istruzione, chiamato in causa come responsabile civile.

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