Libia di Cosimo Risi

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cosimo risiLa Libia è carica di ricordi. C’era addirittura una categoria, gli Italiani di Libia, a ricordare quella generazione di coloni che andarono in Libia con la fanfara della terza sponda, coltivarono campi, aprirono opifici, crearono famiglie, per essere espulsi all’avvento al potere del Colonnello Muammar Al-Qaddafi, meglio noto da noi come Gheddafi. Ne scrive Roberto Costantini, nativo di Tripoli, nella bella trilogia del male uscita per Marsilio qualche anno fa con buon successo. Ne scrivono le cronache che parlano dello strazio per i due ostaggi uccisi e del sollievo per i due ostaggi liberati. La Libia è una presenza immanente nel nostro destino e al destino non si sfugge.

Andai in missione in Libia nel 1989. Una missione discreta e tecnica: si parlava di diritti di pesca e di trasporti marittimi. L’aereo ci depositò sulla pista di Tripoli dove fummo presi in carico dall’Ambasciatore d’Italia e da qualche dignitario libico. La missione per i libici doveva avere carattere dimostrativo: ecco che l’Italia si accorge di noi e non soltanto per rivendicare. Il programma fu coerentemente ferreo. Visita alla base dove il Colonnello teneva la famiglia. La base era  ormai un rudere dopo le bombe americane volte a colpire presumibilmente lo stesso Colonnello. Le pareti sbrindellate, il letto disfatto al centro della stanza, calcinacci ovunque. Il vento del deserto non perdona e la polvere copriva tutto di grigio. All’ingresso il libro delle frasi dove il nostro capo delegazione scrisse  un pensierino sulla necessità di risolvere pacificamente le divergenze.

La parte ufficiale comprendeva la conversazione con i tecnici e, a sorpresa ma neanche tanto, la stretta di mano con il numero due del regime, il Primo Ministro Abdessalam Jallud, che la stampa accreditava di moderato. L’appuntamento scatta all’improvviso. Siamo distolti dal previsto programma e  sospinti a Casa Italia, sede appunto di Jallud. Le vestigia italiane sono visibili. Il giardino attorno è curato solo in parte, qualche palma svolazza al vento, la polvere rende tutto opalescente, settembre è caldo, l’abbigliamento è prettamente estivo. Saliamo il grande scalone. Reminiscenze di Venezia nel grande lampadario al soffitto. Siamo ammessi nel salotto dove ci attende Jallud. Uomo nella piena maturità con un grande casco di capelli, colorito abbronzato naturale. Esordisce con un discorso in arabo che intuiamo vibrante. Ce l’ha con l’Occidente che molta incomprensione manifesta verso la Libia. L’interprete traduce a fatica, tale è la foga dell’incipit. Rispondiamo pacatamente in italiano. L’interprete accenna a tradurre ma viene bloccato da Jallud che mostra di capirci in diretta. Nella nostra lingua cambia pure il tono, ora conciliante se non amichevole. Italia e Libia, destino comune: questo è il succo. Destino comune, confermiamo. Ma quale destino? Della riconciliazione o della contrapposizione perpetua e irrimediabile?

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