Dopo  Ventotene (di Cosimo Risi)

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cosimo risiIl vento di Ventotene soffia sulle macerie del terremoto e disperde il ricordo della visita di Hollande, Merkel, Renzi alla tomba di Altiero Spinelli. L’Europa si ritrova nella solidarietà alle vittime e il dato conforta: l’umanesimo europeo si conferma nel momento della massima necessità. Il solidarismo è un segno di armonia che non si traduce per ora in messaggio politico. La ripresa autunnale ci riporta alle scadenze di sempre. Tentiamo qui un’agenda.

La Cancelliera federale si muove dalla riunione con Francia e Italia alla volta di Varsavia per incontrare il Gruppo di Visegrad.

Il Gruppo raccoglie  Cechia, Polonia, Slovacchia, Ungheria. Nacque nel 1991, all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’unificazione tedesca, allo scopo immediato di avviare la separazione consensuale fra Cechi e Slovacchi, fino ad allora riuniti nella Cecoslovacchia. Il Gruppo ebbe anche e soprattutto lo scopo di preparare i quattro paesi alla futura adesione all’Unione europea, adesione che si consumò nel 2004. Da allora i legami fra i Quattro non si sono mai allentati fino a trovare rinnovato vigore nella comune riserva alle politiche migratorie e di accoglienza della Commissione.

Dal versante orientale vengono le maggiori resistenze ad un dovere di solidarietà riguardo sia ai migranti di varia natura e sia agli stati membri di primo impatto. La politica delle riallocazioni trova là il punto di massima opposizione fino alla costruzione dei nuovi muri. Il che francamente sorprende se si pensa che la loro adesione all’Unione consegue all’abbattimento del Muro per eccellenza, quello di Berlino. La Germania ha le carte giuste per giocare al tavolo di Visegrad,  all’epoca fu la massima promotrice della loro adesione in virtù di quella Ostpolitik (politica orientale) inaugurata dal Cancelliere Brandt negli anni settanta del XX secolo. Il pendolo tedesco oscilla fra Ventotene e Varsavia, cercando di tenere assieme gli uni e gli altri in una cornice che si spera ancora comune.

L’altro punto in agenda è la sicurezza, che va declinata nella duplice voce di sicurezza interna (la lotta al terrorismo) e di sicurezza esterna (i focolai di guerra attorno a noi). A Ventotene i tre leader hanno parlato di un embrione di difesa comune. E cioè di applicare una disposizione del Trattato di Lisbona che dal 2009 è stata solamente potenziale. L’uscita del Regno Unito dovrebbe facilitare la corsa alla difesa comune.

E qui si tocca il punto di massima frizione. Per la prima volta nella storia del processo d’integrazione – dal 1951 se prendiamo come modello la CECA, dal 1957 se prendiamo la CEE – l’Unione non cresce di numero ma si riduce. Perde un pezzo. E che pezzo! Il Regno Unito è uno stato membro chiave che ha giocato e gioca un ruolo rilevante: nel bene e nel male. La partita di Brexit non è neppure cominciata. Il fischio d’inizio non spetta ad un arbitro che non ci sta, spetta alla squadra britannica che soffierà nel fischietto a sua convenienza. Si parla del 2017. Ma il 2017 è lungo un anno e l’incertezza sui tempi finirà per danneggiare l’Unione, aumentando nel mondo l’incertezza addirittura sulla sua dimensione. Quanto ancora a Ventotto? Non è una questione di poco conto.

Cosimo Risi

 

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