Motherwell, in Scozia il calcio è davvero un gran bel gioco (di Tony Ardito)

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tony-arditoLa città Motherwell, in Scozia, non molto tempo fa, era tra le capitali dell’acciaio, ma la crisi degli anni ’80 e ’90 ha decretato la fine della industria siderurgica. Talvolta, però, la rinascita passa anche attraverso lo sport, gioioso e coinvolgente, semmai sognando le imprese del Leicester di Claudio Ranieri che vince il campionato inglese, o del Cagliari di Gigi Riva che trionfa nel lontano 1970 in Italia, o del Verona di Osvaldo Bagnoli nel 1985.

Motherwell è un centro probabilmente sconosciuto in Italia ed ha una squadra la quale partecipa al campionato scozzese con una originale peculiarità: la titolarità del club è in capo ai tifosi. Il calcio per loro, dunque, è questione di identità, di autentica sintonia con la comunità. Un indovinato mix di magia e fantasia al potere che fa il verso alle società tutto business ed incassi di oggi. Un sentimento ed un entusiasmo sani, quello degli scozzesi che culmina con le note di “Twist and shout”, memorabile successo dei Beatles, da loro tutti cantato a squarcia gola sugli spalti.

In duemila hanno dato vita una sorta di cooperativa, con un piano di una azione mensile di 10 sterline (meno di 12 euro) a testa, mediante cui garantire la sostenibilità del progetto. L’acquisto della squadra è costato solo una simbolica sterlina, versata al vecchio proprietario.

Cifre assolutamente irrisorie, tanto più se raffrontate a quelle investite dalle società multimilionarie della vicina Inghilterra, dove i padroni dei club sono ormai sceicchi arabi, come nel caso del Manchester City; multinazionali americane, come per il Manchester United; o peperoni russi, vedi il Chelsea del patron Roman Abramovic. In Italia l’Inter ed il Milan appartengono ormai a proprietà cinesi, mentre la Roma è a trazione USA. Un calcio ed uno sport sempre più distanti dall’essere mera questione di cuore.

Tutto ciò deve indurci ad una riflessione più seria e consapevole che passa anche attraverso i bisogni primari della gente comune; necessità che fanno a pugni con il mondo magico e patinato dei calciatori, dei piloti di formula e così via.

Ogni cosa è inesorabilmente filtrata dai megasponsor e dal grande business delle “paytv” che hanno finito con il condizionare addirittura, qui come altrove, i calendari delle partite di calcio e di quelli dei più importanti eventi sportivi e, con essi, persino le abitudini di molte decine milioni di tifosi, e non solo.

Spesso in ciò si intravede la cinica speculazione sugli stessi sentimenti dello sterminato esercito di semplici appassionati; spesso si realizza quale sia la distanza siderale tra i valori veri dello Sport, quelli nei quali nonostante tutto piace ancora credere, e cosa, invece, lo manovra. Spesso si comprende a quanto ciascuno di noi, spettatore compiaciuto e compiacente, abbia, purtroppo, derogato.

 

editoriale a cura di Tony Ardito

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