Fidel Castro: in memoriam (di Cosimo Risi)

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cosimo risiSolo i Grandi lasciano dietro di sé sentimenti fortemente contrastanti. Solo chi è naturalmente  carismatico suscita emozioni straordinarie. Anche i diplomatici possono provare emozioni: da giovani eravamo emozionati ogni volta che  entravamo nell’orbita di Fidel Castro.

Erano gli anni della Cuba che si ergeva a baluardo dell’anti-imperialismo e di un socialismo caraibico così lontano dal socialismo gelido dell’Unione Sovietica. Poi a Mosca arrivò Mikhail Gorbacev a prendere le distanze dal socialismo realizzato dell’Unione Sovietica e, insieme, degli alleati come la Cuba di Castro. Cominciò allora la lenta marcia di avvicinamento di Cuba al continente di appartenenza ed al vicino norte-americano che, nel bene e specie nel male, ne influenzava le sorti.

A Washington la Commissione Church aveva rivelato certe “intrusioni” dei Servizi a Cuba, alcuni dei quali avevano un sapore tragicomico: tanto numerosi quanto maldestri erano stati i tentativi di  fare fuori il lìder màximo con sigari avvelenati, mute da sub cosparse di sostanze letali, persino polverine depilatorie per rovinargli la barba, il simbolo appunto dei barbudos.  Fidel  ci scherzava su: «Se la sopravvivenza ai tentativi d’assassinio fosse una prova olimpica, la medaglia d’oro l’avrei vinta io».

Occorre tornare a quegli anni per capire il castrismo. Cuba non era un Paese latino-americano come gli altri. Dal 1898 Cuba era stata l’appendice caraibica  degli Stati Uniti, dalla cui tutela fu possibile riscattarsi solo col mezzo rivoluzionario. Restavano le opzioni del marxismo o del nazionalismo: Karl Marx o Josè Martì. La pista marxista portava all’usbergo sovietico, anche se Fidel intimamente optava per Martì. Egli divenne così  il caudillo latino-americano che tutti conosciamo e che ebbe un singolare amico nel “nostro” Diego Armando Maradona ed un cantore letterario  in Gabriel Garcia Marquez.

In Florida, presso la comunità cubana che ha contribuito alla vittoria di Trump, si beve rum “alla faccia” di Castro. Quella comunità aveva tardato per quanto possibile la svolta di Obama nel normalizzare le relazioni con l’Isola. Ai defunti si deve almeno la verità se non l’agiografia, come d’uso in Italia dove pure i bricconi diventano post mortem mariti affettuosi e padri esemplari. L’embargo nord-americano ha gravato sull’economia e sulla politica dell’Isola. Che purtuttavia ha raggiunto discreti risultati in campo medico, scolastico, musicale, sportivo.

Se alla Casa Bianca, prima di Obama, si fosse insediato un Presidente più aperto alle ragioni di Cuba specie dopo la fine dell’Unione Sovietica, i rapporti si sarebbero normalizzati anni addietro e probabilmente avremmo assistito ad un’evoluzione diversa del quadro politico cubano. Ancora in questi anni si manifestano storture nel campo dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

A Fidel Castro è toccato un destino diverso dal vecchio compagno Ernesto Che Guevara. La precoce morte da rivoluzionario ha consegnato El Che all’iconografia. La morte a novanta anni consegna Fidel al giudizio della storia, scevro dall’aura di romanticismo che circonda i giovani combattenti.

 

di Cosimo Risi

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