Amalfi piange il Prof. Mangieri: una vita tra genio e sregolatezza

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prof_mangieriAmalfi e la sua comunità piange la morte del professor Pasquale Mangieri. Persona colta e critica al tempo stesso, il “prof”, a settant’anni suonati, nell’ultimo decennio ha dovuto fare più volte i conti con i suoi problemi di salute che alla fine lo hanno vinto tra una trasferta e l’altra in ospedale. Il decesso a causa di una forte polmonite.

“Una vita di eccessi la sua – racconta Emiliano Amato, direttore de IlVescovado – vissuta sempre al limite, che a narrarla farebbe la gioia – oltre che il successo – del più ambizioso dei registi o degli scrittori in erba. Classe 1946 (era nato il 1° di gennaio) aveva frequentato il Liceo Classico “Matteo Camera” per diventarne docente di Italiano e Latino, a soli 22 anni quale vincitore di cattedra. Era il 1968, con i moti studenteschi destinati a cambiare quella società che egli stesso definì “classista”.

Ma il giovane Pasquale, ragazzo da sempre brillante, seppe affermarsi con le proprie forze, attraverso lo studio e l’amore per la cultura. «Studiavo usando i libri della professoressa Carlucci sono emerso grazie alla volontà di conoscere» diceva, come:«Ai miei alunni ho insegnato la libertà che viene dalla cultura».




Era un giovane prestante Pasquale Mangieri, attraente, dal fascino latino. Uno che non passava inosservato e che godeva dei piaceri della vita. La sua una storia che val la pena raccontare. D’estate, il giovane professore si concedeva i suoi momenti di relax presso la magnifica piscina della scogliera dell’hotel Luna, quasi sul mare. Come un cliente abituale usufruiva di tutti i servizi dell’albergo: giornale quotidiano e drink a bordo piscina, all’ombra della torre angioina. Non perdeva occasione, sfruttando la propria immagine, per tentare l’approccio, specie con le belle clienti dell’hotel.

Inglesi, tedesche, americane: difficile resistere al fascino del giovane professore che con loro trascorreva anche piacevoli serate e nottate amalfitane tra fiumi di Martini bianco. Erano gli inizi degli anni Settanta, sulla Costiera resisteva forte il mito della Dolce Vita e una donna affascinante si innamorò perdutamente di lui. Era un’ereditiera francese, della Provenza.

Una femme fatale: alta, bionda, di circa quarant’anni, sposata e separata (o vedova, non ricordo bene – continua Emiliano Amato su IlVescovado.it), era giunta da sola al Luna e con sé aveva un cane di grossa taglia. Quando, di sera, uscivano insieme (il professore e l’ereditiera, s’intende), l’animale veniva affidato a un parente del prof, con il compito di prendersi cura di lui per un paio d’ore, per 50 mila lire. Una bella mancia per l’epoca!

Al termine della vacanza, nel bel mezzo di quell’estate, quella donna chiese al professore di seguirlo in Francia. Lui accettò di buon grado e partì. Ad accoglierlo, nel suo sfarzoso palazzo immerso nella lussureggiante campagna provenzale, in stile liberty, il maggiordomo che, come in un film, subito lo condusse nella sua nuova camera. Letto a baldacchino e tutti i comfort dell’epoca, nel lusso più sfrenato. Un sarto venne incaricato di prendergli le misure per i suoi nuovi abiti.

Un black tie, camicie con colletto rigorosamente alla francese et voilà, il nuovo guardaroba era servito. Vini francesi e cognac di prima qualità, champagne e caviale e tutti i desideri che, per il nuovo compagno della Signora, erano ordini. Furono, quelli d’agosto, caldi giorni e di grande idillio per Pasquale, uomo che proprio lì scoprì molti dei sui vizi e le sue virtù, e che seppe ben ricambiare tante attenzioni, regalando alla sua amante momenti di passione estrema.

Ma settembre era alle porte e per il giovane professore “saraceno”, emerso grazie alle sue uniche forze, era giunto il momento di rientrare ad Amalfi e risalire in cattedra. La Signora, innamorata, più volte gli chiese di restare: di sicuro non avrebbe avuto alcun problema. Ma l’amore per il suo lavoro e soprattutto per la libertà, lo indussero a lasciare quel mondo incantato. Ma quella donna, generosa non soltanto per le sue forme, soddisfatta per quanto ricevuto e doppiamente ferita al cuore, volle ringraziarlo a modo suo, offrendogli un cospicuo omaggio: un miliardo di vecchie lire. Danaro contante stipato in due valigie, con il quale Pasquale avrebbe potuto desistere ma anche garantirgli una vita più che dignitosa.

Ci avrebbe pensato il maggiordomo a condurlo fino ad Amalfi ma lui chiese di passare dalla Svizzera per una giocata al casinò. Non ricordo con precisione quale città elvetica scelse: sta di fatto che impiegò una sola notte il caro professore per perdere l’intera somma. Tutto vero! Tornò ad Amalfi e riprese a insegnare e godersi la vita. Una vita di eccessi la sua, con fumo e alcool e un’ instabilità sentimentale ed economica, che hanno fatto il resto, condizionandone l’esistenza.

L’ultimo decennio, il più travagliato della sua vita, con il fisico debilitato che ha ceduto man mano. Credeva molto nel nostro modo di fare informazione, mi telefonava spesso e voleva che questa storia fosse, prima o poi, raccontata. «Ho considerato la ricchezza un mezzo, la bellezza un respiro di vita. Ho vissuto intensamente». Queste le ultime parole del “genio e sregolatezza”. Riposa in pace vecchio mio.

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