I quattro ragazzi italiani che hanno piegato il «Golia» di Facebook

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Sono bei momenti, non c’è che dire. Quelli in cui il Golia californiano deve piegarsi all’inventiva del Davide di Cassina de’ Pecchi, paesone presso Milano. Il gigante si chiama Facebook, fattura quasi sei miliardi di dollari. Il piccolo guerriero si chiama Business Competence e fattura due milioni e mezzo, meno di un millesimo; l’hanno messa in piedi tre ragazze – due milanesi e un abruzzese – e un pugliese loro coetaneo, entrati dieci anni fa nelle praterie allora quasi intonse dei software e delle app. L’altro ieri si sono tolti una soddisfazione. Sue due quotidiani, a spese di Facebook, è apparsa la sentenza che condanna Golia per avere rubato l’idea di Davide. La società di Zuckerberg, con le sue centinaia di cervelloni nella megasede di Menlo Park, ha scopiazzato l’idea dei ragazzi di Cassina de’ Pecchi.

La sentenza di primo grado del tribunale di Milano è di maggio. Contro la decisione dei giudici, i legali di Facebook si sono battuti in ogni modo. Ma nelle scorse settimane è arrivata la batosta bis, forse definitiva: la Corte d’appello di Milano ha rifiutato al richiesta del colosso americano di sospendere l’esecutività della sentenza. La sentenza è stata pubblicata. E Facebook ha dovuto rimuovere la app che scopiazzò a Business Competence.

La app si chiama Faround, una delle creature affascinanti e a volte un po’ inquietanti che accompagnano la vita di un possessore di smartphone: individua dove ti trovi, si ricorda i tuoi gusti, ti segnala negozi, bar e ristoranti vicino a te, ti riferisce i giudizi dei tuoi amici. Nel 2012 i milanesi la propongono a Facebook, i californiani la prendono in esame per verificare se funziona e se corrisponde alla loro policy. E poco dopo invece di arruolare Faround se ne escono con una app loro, praticamente identica, che chiamano Nearby.

Anche i loghi si assomigliano. Le app sono addirittura «sovrapponibili», dice la sentenza del tribunale di Milano. I giudici parlano di «univoci e concordanti indizi» che si sia trattato di un plagio bello e buono: a partire dal tempo incredibilmente breve che scorre tra il giorno in cui gli italiani presentano agli americani il prototipo definitivo di Faround, alla fine di agosto, e il lancio da parte di Facebook della app sovrapponibile, il 18 dicembre. Troppo poco per sviluppare qualunque progetto autonomo. Gli americani avevano in mano i codici sorgente, e hanno «clonato il cuore» del programma italiano, si legge nelle carte del processo.

Facebook dopo che la sentenza è divenuta definitiva si è precipitata a rimuovere Nearby, anche perché altrimenti avrebbe dovuto pagare a Business Competence cinquemila euro al giorno; una seconda causa stabilirà il risarcimento che gli americani dovranno versare per il danno già fatto. I milanesi useranno anche quei soldi come gli altri che guadagnano: per creare e lanciare nuove idee come le ultime nate, Dogalize e Swascan, che parlano agli antipodi dell’utenza (la prima è una community per padroni di cani e gatti, la seconda una piattaforma di sicurezza per l’information technology).

Intanto, la sentenza chiarisce un punto decisivo: qualunque siano le condizioni che un colosso come Facebook impone agli imprenditori indipendenti che chiedono di lavorare per esso, non potranno mai consentire a mr. Zuckerberg «un approfittamento parassitario del lavoro e degli investimenti altrui».

Fonte www.ilgiornale.it

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