La situazione di Corea si ripete sempre uguale dal 1950 (di Cosimo Risi)

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Fra il 1950 e il 1953 si combatte la prima vera guerra dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Le vecchie alleanze si sono sciolte. Germania e Giappone (e Italia), le potenze sconfitte, tornano utili come alleati per contenere Unione Sovietica e Cina, i precedenti alleati.

Scopo primario dell’Occidente a guida americana è di contenere il comunismo in Europa e in Asia, nei continenti cioè dove l’influenza sovietica e cinese è più marcata. In Europa le superpotenze si fronteggiano politicamente e diplomaticamente, ma senza ricorrere alle armi.

In Asia la variabile coreana gioca a favore della guerra calda. Là si consuma la divisione di fatto della Corea in due entità: al nord quella dominata dai comunisti e vicina a URSS e Cina, a sud quella dominata dai nazionalisti e vicina agli Stati Uniti. La provvisoria linea di separazione passa per il 38° parallelo.

Nel 1950 la Corea del Nord, meglio attrezzata militarmente, invade la Corea del Sud fino a conquistare la capitale Seul. L’ONU autorizza la reazione militare degli Stati Uniti, che si pongono a capo di una coalizione “occidentale”. La Cina, ma non l’Unione Sovietica, interviene nel conflitto a sostegno dei sodali comunisti del nord.

Truppe cinesi e americane si scontrano direttamente, con le prime in posizione di vantaggio sulle seconde potendo contare sul numero dei soldati e sulla vicinanza della madrepatria al teatro dello scontro.

Il Generale Mac Arthur ipotizza l’uso di armi nucleari nei confronti dei cinesi per bloccarne l’avanzata. Il Presidente Truman gli nega l’autorizzazione e finisce per destituirlo dal comando. Il Presidente propende per una soluzione negoziata, che verrà grazie anche alla mediazione sovietica.

L’armistizio congela la situazione antecedente il conflitto. La Corea resta separata in due zone con rispettive capitali a Pyongyang e Seul. La linea di demarcazione passa per il 38° parallelo. L’armistizio del 1953, il più lungo della storia, resiste fino al 2007 quando viene denunciato dalla Corea del Nord. Nel conflitto si stima che periscano oltre due milioni di persone.

Ora che la Corea del Nord prosegue nella sua corsa all’arma nucleare ed ai sistemi di lancio della stessa (i missili a lunga gittata), il 38° parallelo torna ad essere teatro di scontro. Al momento verbale, mentre non si esclude l’opzione militare.

Il Presidente Trump non vuole farla passare liscia al dittatore nordcoreano, discendente di quel Kim in Sung dell’invasione del 1950, e ripristinare l’odine asiatico turbato dalla corsa al nucleare di Pyongyang.

Ammassare le truppe, inviare la portaerei con le navi da supporto, schierare i  missili anti-missili, minacciare sfracelli, possono rientrare nell’armamentario della grande potenza che alza la voce confidando che la minaccia verbale funzioni da deterrente.

La controparte dovrebbe essere talmente intimorita dalla potenza di fuoco messa in campo che rinuncia a priori a qualsiasi velleità di battaglia. Questa è la dottrina dominante nelle relazioni internazionali.

La minaccia della guerra distruttiva spinge al negoziato. La dottrina non tiene però conto dell’imprevedibilità dei soggetti. Dell’incidente, voluto o appunto accidentale, che genera nell’altro una falsa percezione della realtà e lo spinge a gesti irreversibili.

La partita è complessa, la si gioca sul filo del classico rasoio. Una mossa sbagliata e la deflagrazione è possibile. A differenza che negli anni cinquanta, gli Stati Uniti contano ora sull’interesse della Cina a raffreddare la situazione.

La Cina ha troppo da perdere dalla crescita della tensione cogli americani. Già ora sente messo sotto accusa il proprio vantaggio commerciale, non avrebbe motivo di aggiungere motivi di tensione con quello che è il suo primo partner commerciale nonché il principale debitore finanziario.

Un intreccio di vicendevoli convenienze tiene legate le vicende americane e cinesi. Si tratta di capire in quale misura Beijing  eserciti la propria influenza su Pyongyang e in quale misura Pyongyang subisca tale influenza.

Cosimo Risi

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