Vince Macron: Vive la France! (di Cosimo Risi)

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Emmanuel Macron vince di larga misura contro Marine Le Pen. I sondaggi per una volta indovinano il risultato: addirittura per difetto avendo sottostimato il vantaggio del vincitore. Molto si dirà di questa vittoria: la crisi dei partiti tradizionali, l’affermarsi della nuova leva di politici, l’enfasi sull’europeismo, il prevalere del globalismo.

Molti sono  i temi su cui i commentatori sono chiamati a riflettere. Molte sono le suggestioni per gli altri stati membri dell’Unione che si apprestano agli appuntamenti elettorali. La Germania con le politiche a settembre, l’Italia con le politiche in febbraio 2018.

Nelle elezioni regionali tedesche la socialdemocrazia  guidata da Martin Schulz smentisce i sondaggi che lo volevano come forza fresca e vincente rispetto ai cristiano-democratici di Angela Merkel.

Il panorama europeo sembra volgersi alla tradizione anziché alla trasformazione. Questo è in sintesi il pensiero a caldo di Marine Le Pen: i francesi preferiscono il vecchio (En marche!) al nuovo (Front national).

A parte il paradosso di presentare come vecchio il giovane Macron (neppure quaranta anni,  un primato per l’Eliseo), Le Pen ha qualche argomento da spendere. Anzitutto  di avere totalizzato molti più voti del padre Jean-Marie quando si oppose invano a Jacques Chirac nelle presidenziali del secolo scorso.

Il che significa che una larghissima minoranza dei francesi si riconosce nel programma del Front National. Il che significa che le tematiche frettolosamente qualificate di populistiche hanno diritto di cittadinanza nel dibattito politico. Nessuna pregiudiziale chiusura può essere loro opposta.

Vanno invece cercate formule  credibili per esigenze parimenti credibili. Nessuna risposta semplice può essere data  a problemi complessi ma piena attenzione va rivolta alle preoccupazioni di larghe fasce delle popolazioni: preoccupazioni che vanno dalla sicurezza alla prosperità.

Macron pare intendere il messaggio che viene pure dalla parte dei francesi che non l’ha votato. Il suo europeismo è di principio ma non dogmatico. Egli si propone di rinnovare l’Unione nelle politiche e non nei principi fondanti, fra i quali intende ribadire quello della solidarietà.

L’Unione non è soltanto un dare e un avere di flussi finanziari, è una comunità di diritto e di principi senza i quali retrocede ad un’organizzazione regionale a carattere economico. Un’organizzazione come tante ce ne sono nel mondo: nessuna delle quali ha mai posto l’obiettivo federale ovvero dell’Unione sempre più stretta.

A Firenze si è celebrato appena pochi giorni fa The State of the Union per iniziativa dell’Istituto Universitario Europeo. Il discorso di Jean-Claude Juncker ha colpito per l’esordio che da battuta di spirito è divenuto un motto: parlerò in francese perché l’inglese declina sempre più.

Juncker ha aggiunto che non è l’Unione a lasciare il Regno Unito ma il Regno Unito a lasciare l’Unione, ed i divorzi di qualsiasi natura costano.

L’Unione che si accinge a ridursi a ventisette dopo Brexit mostra di non soffrire del recesso  britannico oltre misura. Il dolore per la perdita è in via di elaborazione. La cura Macron speriamo che funzioni in Francia e nell’Europa tutta.

di Cosimo Risi

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