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Il G7 di Taormina fra risultati e note di costume (di Cosimo Risi)

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Quando l’Italia ospita i grandi eventi internazionali può vantare una ineguagliabile gamma di siti. Dovunque vanno, gli ospiti stranieri sono chiamati alla “maraviglia”. Taormina non è stata da meno di altre sedi scelte per i vertici precedenti.

La bellezza da grand tour prevale sulla densità dei contenuti. A leggere certa stampa, l’intero G7 avrebbe certificato la sua inutilità se non la sua eutanasia politica.

A cosa serve riunirsi se il consesso produce più dissensi che consensi? Questa è la domanda di fondo, che pare intelligente e in realtà rivela la modesta conoscenza della prassi diplomatica.

Se siamo già d’accordo prima di riunirci, allora è inutile riunirci, abbandoniamoci solo al piacere di recarci in un bel posto, ascoltare buona musica  (l’orchestra della Scala), consentire alle Signore ed ai Signori al seguito di visitare musei interdetti ai più e con direttori (finalmente) non stranieri come quelli bocciati dal TAR Lazio.

Le riunioni al vertice si tengono proprio perché non ci sta accordo preventivo sugli esiti del vertice, a volte il disaccordo si trascina sin dalla compilazione dell’agenda, che varia in funzione delle esigenze di questa e quella delegazione o in risposta ad eventi eccezionali.

A Taormina non si poteva non adottare un testo sull’attentato di Manchester e sulla necessità di fare fronte comune contro il terrorismo, oltre che di evitare fughe di notizie che dovrebbero restare riservate.

A questo proposito, non si sa per quale malaugurata coincidenza, le fonti americane  si scoprono insolitamente loquaci. Prima si viene a sapere che il Presidente Trump avrebbe rivelato al Ministro russo Lavrov informazioni provenienti da Israele, poi che qualcuno a Washington avrebbe passato notizie e foto ai giornali sull’attentatore di Manchester.

Tutto viene naturalmente smentito dalle parti, se non che lo stesso Trump chiede di andare fino in fondo alle “leaks”, le fughe, e di punire i responsabili.

Sul clima non c’è stato accordo ma neppure manifesto disaccordo. Va interpretata la dichiarazione di Trump che ci deve pensare. Pensare cioè al rispetto dell’accordo sul clima che, da candidato, aveva criticato come cascame dell’epoca Obama da cancellare come altri del suo predecessore.

“America first” significa riattivare l’occupazione negli States, poco importa se si deve inquinare di più e proteggere di più l’economia nazionale. Insomma, meno vincoli ambientali e meno libero scambio. Sono pure da valutare le espressioni dello stesso Trump sulla Germania: se l’aggettivo “bad” (cattivo) sia riferito al paese o soltanto alla sua aggressività commerciale, che porta a vendere negli States più automobili del voluto (dalle aziende americane). Eppure i SUV della BMW sono prodotti a Spartanburg, South Carolina.

Il Presidente Trump e la First Lady non potevano che essere oggetto della massima attenzione mediatica. Il Presidente per le posizioni aliene dall’ortodossia G7. La First Lady per l’avvenenza da modella di Slovenia, che  col portamento e l’abbigliamento oscura le altre.

Persino Madame Macron che per una volta, da quando il marito è entrato all’Eliseo, non merita la prima pagina. Melania ha fatto ben poco per non apparire. La sua passeggiata per le stradine di Taormina è stata interrotta dal Secret Service per motivi di sicurezza, si è spostata a bordo di un elicottero e non del pulmino collettivo.

Galante il consorte di Angela Merkel che, in una comitiva di sole donne, mesce il vino. Il cuoco bistellato del pranzo abbina il rosso al pesce. La scelta  farà tendenza d’ora in poi e non solo fra gli irriducibili del tannino, quelli che il rosso anche d’estate.

A Taormina l’Italia ha confermato essere quella che tutti conoscono: una superpotenza culturale e paesaggistica con l’inclinazione alla diplomazia dolce. E d’altronde come potrebbe essere altrimenti in terra di Sicilia, fra Europa e Mezzaluna Fertile.

di Cosimo Risi

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