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Il clima traballa e la sicurezza non sta tanto bene. L’Occidente è confuso (di Cosimo Risi)

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Di Woody Allen si ricorda la dissacrante battuta: Marx è morto, Dio è morto, ed io non mi sento tanto bene. L’uscita di Donald Trump, che  annuncia di voler uscire dall’accordo di Parigi sul clima, certifica lo stato di confusione mentale in cui sta precipitando l’Occidente. Ovvero la civiltà euro-atlantica che ci regge dalla fine della seconda guerra mondiale.

Siamo lontani, ci passa un Oceano di mezzo, eppure siamo vicini in quanto ai principi fondamentali del vivere comune. L’America mantiene, e commina, la pena capitale che in Europa è tabù da decenni. L’Europa ha un welfare che gli Americani se lo sognano.

L’Europa spende poco per la difesa perché sta comoda al riparo dell’ombrello americano, salvo pretendere d’intervenire sull’agenda globale come se fosse un grande azionista della sicurezza made in NATO. Ci piaceva il Presidente nero, così rassicurante e fascinoso nel suo sorriso al punto che lo omaggiamo anche ora che è cessato dall’incarico.

Ci piaceva poco, già da candidato, il Presidente bianco che sorride poco e pronuncia frasi sgradite, massimamente quella che dobbiamo pagarci da soli la sicurezza perché l’ombrello americano potrebbe non aprirsi a tutte le piogge.

Ora che gli Stati Uniti mettono in discussione l’accordo sul clima, è tutto un correre europeo ai ripari. Persino la Cina viene bene, nonostante che in fase di negoziato di quell’accordo fosse proprio Pechino a frenare con l’argomento, tipico dei paesi in via di sviluppo, che i massimi inquinatori sono i paesi sviluppati.

La Cancelliera federale, che col quarto probabile mandato si avvia a divenire la cancelliera più longeva di Germania, scopre le doti di leader europea che aveva sempre smentito di avere.

La vera “capa” dell’Unione, altro che i Presidenti di Commissione e Consiglio europeo. E allora tutto bene per l’Europa anche in tempi di magri bilanci? Qualcuno sostiene che sì: l’Europa è costretta a fare da sola (parole di Angela Merkel).

Non potendo contare più pregiudizialmente sull’aiuto americano ora che l’Amministrazione interpreta in maniera restrittiva l’America first, l’Europa deve rinsaldare le fila interne, messe a dura prova dalla crisi finanziaria e dal deficit di solidarietà reciproca in materia di migrazioni.

Deve guardare al “vicino estero”, la Russia di Putin, con cui abbondano i motivi di dissenso e contano, in pari misura, i motivi di convergenza. La Russia è il massimo produttore europeo di energia, è attore globale. La convergenza sta nelle cose prima ancora che nelle intenzioni.

Un’Europa che vada dall’Atlantico del Portogallo all’Estremo Oriente russo fu la breve utopia della stagione di Mikhail Gorbacev. Chissà che non torni di attualità sulla scorta di quanto accade fra Bruxelles e Washington.

La sicurezza interna resta tragicamente in prima pagina. Il Regno Unito, il paese europeo più singolare per posizione geopolitica, si trova nella linea di fuoco. Londra torna teatro di attentati a danno di inermi cittadini, in quella che i blog eversivi chiamano l’offensiva del Ramadan.

In realtà l’offensiva prescinde dal calendario, ormai si sgrana tutto l’anno. E noi ogni volta ad interrogarci sul perché qualcuno ci odia al punto da travolgere il nostro modo di vivere. Ancor più se quel qualcuno viene dalle fila dei nostri concittadini, il vicino di casa che così normale ci appare nella vita del quartiere.

Anche in questo caso l’unità europea può contrastare la deriva del frazionamento. Il terrorismo, che sia importato o confezionato in casa, è affare nostro e come tale dobbiamo affrontarlo. Certo coi mezzi dell’ordinamento democratico, ma adoprati con la dovuta fermezza. La democrazia forte sopravvive, la democrazia debole tenga a mente la lezione della Repubblica di Weimar.

di Cosimo Risi

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