Omicidio di Ravello: Enza voleva sposare Vincenzo ma Giuseppe la osteggiava

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Enza Dipino è innocente. Non è stata lei ad uccidere Patrizia Attruia. A sostenerlo con vigore, ieri, in Corte d’Assise, i difensori della donna di Ravello, Marcello Giani e Stefania Forlani dopo la richiesta d’ergastolo da parte del Pubblico Ministero Cristina Giusti. Presente in aula Enza Dipino, di fianco ai suoi legali, accompagnata dalle guardie carcerarie. Nel corso della loro precisa disquisizione i due legali, alternandosi, ricostruiscono tutte le fasi del caso e del processo, viziati da grossolani errori in fase d’indagine. E’ quanto si legge sulle pagine del quotidiano on Line della Costiera de IlVescovado.it

A partire dalla cancellazione del capitolo benzodiazepine, i tranquillanti che la Dipino avrebbe (stando alle tesi della pubblica accusa) con astuzia somministrato alla vittima per stordirla e ucciderla. Questo le sarebbe valso l’appellativo di “spietata calcolatrice”. Aria fritta dopo la perizia del nuovo medico legale nominato dal Pm, l’anatomopatologo Giovanni Arcudi. E poi la questione delle mani al collo, chiarita in via definitiva dallo stesso Arcudi che aveva chiarito anche le cause della morte della Attruia, avvenuta a seguito di una violenta aggressione, con arresto cardiaco causato da un riflesso nervoso e non per strangolamento o strozzamento digitale.

La colluttazione, verosimilmente con pugni e calci avvenuta nell’appartamento di Via San Cosma nella notte tra il 25 e il 26 marzo 2015, sicuramente dopo le 22 e 40, è proseguita con una compressione sulla parte anteriore del collo, fatta con un mezzo contundente, come un bastone. Qui l’esperto anatomo patologo non si era sbilanciato, in considerazione delle numerose possibilità, compresa una parte del corpo dell’aggressore, avente però superficie ruvida, quale un braccio – come sostiene la difesa – coperto da un capo di abbigliamento ruvido.

«E’ una richiesta che pesa come un macigno (quella del PM – ha esordito la Forlani – . Il pm insiste sull’utilizzo delle mani davanti a questa evidenza obiettiva e logica riproponendo l’elemento delle mani. Vedo riproposti gli stessi temi filo conduttore dell’indagine (fallita), come l’argomento benzodiazepine». Secondo la difesa sarebbero state le dichiarazioni di Giuseppe Lima, rese alle 15 e 30 del 27 marzo 2015, poco dopo il ritrovamento del cadavere, a «orientare gli inquirenti che aderiscono atipicamente alle indicazioni di Lima, nonostante sia poco affidabile e che con grande facilità si abbandona a comportamenti aggressivi. E’ innegabile che in questa vicenda Enza Dipino abbia subito ed è anche vittima».

E spiega: «Lima Giuseppe interviene su Patrizia Attruia che ha sorpreso i due a fare l’amore. Questo ha scatenato la gelosia. Ma la gelosia è di Patrizia non di Enza che insieme a Patrizia ha subito violenza da Giuseppe. «Lima è stato escluso dall’arresto per le sue dichiarazioni alle 15 e 30 (del 27 marzo nda)». Altro errore, tecnico, evidenziato. Ciò che si ribadisce con forza in aula è che la richiesta di ergastolo non ha preso in considerazione i dati di Arcudi ma le sole dichiarazioni della Dipino, le prime, rese nella caserma di Ravello dalle 19,30, ancora succube delle minacce del Lima “Ti faccio fare la stessa fine”Ancora oggi (Enza Dipino ndr) vive uno stato di ansia e paura.

Ma lui non può farle più nulla. Nel verbale de 13 aprile lei (la Dipino ndr) si preoccupa che Lima potrebbe venire a saperlo che lei aveva dichiarato di aver fatto l’amore. Non si può dire che siano state le mani della Dipino ad ammazzare Attruia con colpo mortale per strangolamento, argomento asfaltato da Arcudi, il rilievo su cui si è fondata tutta l’indagine. Enza Dipino non ha assistito al colpo definitivo, ha sentito il botto e poi il silenzio. La Dipino parla del colpo alla fronte che c’è stato e lo dimostra l’esame esterno perciò la Dipino risponde non sapendo cosa sia successo. Ancora oggi si chiede: ma come è morta Patrizia? lei si ferma al colpo alla fronte».

Inoltre il mezzo contundente utilizzato per finire la vittima può essere uno soltanto (l’accusa sostiene che ne fossero due utilizzati da due persone diverse probabilmente contemporaneamente), usato con modalità diverse. La Forlani ricorda che il Lima abbia praticato arti marziali e che una donna non sarebbe capace di colpire con la forza utilizzata per finire la Attruia. Secondo la difesa questa è la tesi che più aderisce ai dati forniti dal professor Arcudi. «In carcere c’è una persona innocente» ribadisce la Forlani.

Fonte IlVescovado.it

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