I fatti di Barcellona sono fatti nostri (di Cosimo Risi)

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Accade a Barcellona quanto accaduto, e probabilmente accadrà, in altre città d’Europa. Il terrorismo islamista è presente all’interno delle nostre comunità senza neppure la necessità che agisca il foreign fighter , il combattente straniero, di ritorno dal teatro di guerra di DAESH – ISIS fra Iraq e Siria.

Il combattente straniero può semmai istruire il collega europeo, al quale bastano l’indottrinamento incendiario nella moschea a cura dell’imam di turno e le istruzioni in rete su come confezionare una bomba rudimentale.

Che in Catalogna è esplosa anzitempo per un errore di manifattura (a dimostrazione che pure il piccolo chimico come Topolino in Fantasia può sbagliare) ed ha dato il via all’azione fai-da-te col furgoncino preso a nolo. E d’altronde le armi per colpire i civili sono così a portata di mano che persino un giovane poco più che adolescente può servirsene: basta la patente di guida.

Le risposte dei cittadini europei suonano ormai lo stesso motivo a cose fatte. Non abbiamo paura, seguitiamo la vita di sempre, la libertà vince l’oppressione. Un catalogo di buone intenzioni, come quella della Sindaca di Barcellona di non apporre le barriere fisiche a Las Ramblas, che sono smentite dagli allarmi dei vari servizi di informazione e repressione.

Il pericolo non lo si scongiura con le buone intenzioni, va scovato se possibile in anticipo e colpito senza mezze misure. “A la guerre comme à la guerre”, è il vecchio detto francese che  si può applicare a questa guerra ibrida e non dichiarata, eppure combattuta strenuamente da un nemico che si rende visibile solo dopo i fatti.

Il cinema ha celebrato l’epopea del cecchino: un’attività solitaria, la sua, che finisce con la morte del bersaglio e spesso dello stesso sparatore, gli uni e gli altri senza mai guardarsi in faccia se non attraverso il mirino telescopico.

Il caso di Barcellona pone in evidenza il rapporto politico e sociale con le comunità di immigrati, che non sono quelli dell’ultima ora giunti coi barconi ma quelli di generazioni consolidate. Giovani sovente nati in Europa e con doppia nazionalità e doppia educazione, presso i quali prevale l’educazione originaria, un ritorno alla fonte della loro civilizzazione spesso mitizzata.

Gli arabi di Spagna vagheggiano di al – Andalus, come se quello non fosse un episodio già mitizzato anche dalla cultura della convivenza. Quanti di noi citano dalla cattedra Al Andalus come il momento esemplare della interazione fra le varie anime d’Europa: Islàm, Cristianesimo, Ebraismo.

Che poi al – Andalus sia altra cosa da quella che citiamo dalla cattedra o da quella vagheggiata dai giovani nostalgici, poco conta. Per gli adepti del terrore conta avere un mito fondante della propria azione di contrasto del nemico. Un nemico indistinto ed anonimo quanto il bersaglio nel mirino del cecchino. Contano i numeri delle vittime sulla tacca della pistola o, nel caso in specie, del furgoncino.

I fatti di Barcellona pongono in evidenza il rapporto della Spagna col Marocco, ovvero in senso lato dell’Unione europea col Marocco. Nelle schede europee il Marocco è considerato al pari della Giordania il paese modello: quello della stabilità e del riformismo dall’alto.

Un Regno guidato da un Sovrano illuminato che concede quel tanto di libertà ai sudditi da consentire il multipartitismo, le libertà civili persino in ambito domestico, il pluralismo culturale (in Marocco vive ancora una comunità ebraica).

Certi figli del Marocco, appena varcano lo Stretto di Gibilterra o i muri di cinta di Ceuta e Melilla, diventano altro. Portano con loro un’idea di Marocco e di Maghreb diversa da quella che le autorità centrali si sforzano di accreditare. Quanto accade a Rabat non è per loro riproducibile a Barcellona. Alla fine essi sono cittadini di due patrie ed estranei a due patrie.

di Cosimo Risi

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