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Fisco: La giungla delle aliquote effettive (di Luca De Franciscis)

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Questo è il titolo del “documento di valutazione” n. 1 dell’Ufficio valutazione impatto del Senato della Repubblica.

Il documento è aggiornato al 14 luglio 2017 ed è a cura di Ferdinando Di Nicola, Ministero dell’economia e delle finanze, Dipartimento delle finanze Melisso Boschi, Senato della Repubblica Giorgio Mongelli, Ministero dell’economia e delle finanze, Dipartimento delle finanze.

Un ottimo lavoro che passo dopo passo spiega le incongruità delle aliquote fiscali IRPEF, oggi in vigore, e come potrebbero essere cambiate per eliminare le disparità che ne derivano.

Il contenuto di questa riflessione vuole mettere in evidenza il “peso” dell’aliquota fiscale effettiva, di seguito chiamata (AME) “aliquota marginale effettiva”, da quella in tabella del Testo Unico delle imposte dirette che, ad oggi, è:

 scaglione IRPEF- aliquota 23% per i redditi da 0 a 15.000 euro;

 scaglione IRPEF – aliquota 28% per i redditi oltre 15.001 euro e fino a 28.000 euro;

scaglione Irpef – aliquota al 38% per i redditi oltre 28.001 euro e fino a 55.000 euro;

4° scaglione Irpef – aliquota 41% per i redditi oltre 55.001 euro e fino a 75.000 euro:

5° scaglione Irpef –  aliquota al 43% per i redditi oltre 75.001 euro.

In Italia l’aliquota fiscale effettiva, per le piccole aziende, artigiani, commercianti e liberi professionisti nel 2015 ha raggiunto il 64,8%.

Per il 2018 pare possano essere ridotte a soli quattro scaglioni, ovvero:

Che il sistema italiano fosse poco trasparente per la progressività delle aliquote lo sanno bene i commercialisti (esploratori in una giungla fiscale piena di insidie) e tutti coloro si applicano ad elaborare le imposte, così come proposte dall’attuale Testo Unico delle imposte sui redditi.

Il “documento” si presenta di facile lettura e contiene tutta la casistica riguardante la progressività delle aliquote applicabili sui redditi e dei fattori che alterano il concetto base di “progressività” delle aliquote, riconducendola ad irregolarità di sistema.

Dalla sintesi del documento innanzi citato si legge: “contrariamente alle intenzioni più volte dichiarate dal legislatore, l’aliquota marginale effettiva risulta sostanzialmente invariata, anziché crescente, da 28mila euro annui fino a svariati milioni”.

Questo passo del documento sottolinea che per coloro che guadagnano importi sotto i 28 mila euro, accettare un emolumento aggiuntivo, potrebbe non essere conveniente. Superata questa soglia la progressività non è più razionale.

Altro passo molto significativo del documento sopra citato (pag. 10) è quello che riguarda la crescita economica.

Si precisa infatti che è più difficile la lotta alla povertà.

Se si pensa che il lavoro costituisce, insieme al capitale, il principale fattore di produzione, risulta evidente l’importanza rivestita dalle “aliquote marginali effettive” (AME) per la crescita economica: un sistema fiscale che, tramite un’appropriata progressività delle aliquote marginali effettive, incentivi l’offerta di lavoro potrebbe favorire lo sviluppo di un sistema economico più produttivo e, quindi, più ricco.

Tale influenza risulta importante anche per la lotta alla povertà: se alte aliquote marginali effettive scoraggiano il lavoro, gli individui appartenenti alle fasce di reddito più basse saranno scoraggiati dal lavorare, permanendo nella condizione di svantaggio.

Altro passaggio del “documento”:

Il dibattito. Conviene o meno lavorare di più?

Se, e soprattutto quanto, un aumento dell’aliquota marginale effettiva (AME) scoraggi l’offerta di lavoro è ampiamente dibattuto dagli esperti da molti decenni.

La scelta di aumentare o meno la propria offerta di lavoro da parte di un individuo risulta infatti dall’operare di due forze di segno contrastante.

Da un lato, l’aumento della tassazione rende il lavoro retribuito relativamente meno conveniente rispetto a forme alternative di impiego del tempo (tipicamente lo svago, il riposo o l’autoproduzione), e ciò disincentiva l’offerta di lavoro.

Dall’altro lato, l’individuo è incentivato a lavorare di più, aumentando il numero di ore oppure iniziando a svolgere una seconda attività, per mantenere un livello desiderato di reddito disponibile (cioè il reddito dopo le imposte ed i trasferimenti) e, quindi, di consumo o di risparmio.

Per verificare l’esatta incidenza delle imposte non è sufficiente soffermarsi sulle sole aliquote del Testo Unico delle imposte sui redditi ma bisogna considerare anche le detrazioni sul reddito e i carichi familiari, le deduzioni, le addizionali, i bonus (80 euro), gli assegni familiari.

Il passaggio è evidente nel documento che, con dovizia, analizza l’andamento, per livello di reddito e per alcune tipologie di contribuente, delle principali aliquote marginali effettive: contributi, aliquote legali Irpef, detrazioni da lavoro, detrazioni per carichi familiari, addizionali locali Irpef, bonus 80 euro mensili, assegni al nucleo familiare.

L’analisi mostra come l’estrema articolazione e complessità delle norme determinino un’alta variabilità delle aliquote marginali effettive: accanto alle aliquote legali (o esplicite) esistono infatti molteplici aliquote implicite che derivano dalla variazione dei benefici o delle detrazioni spettanti, anche di segno opposto tra loro e di entità molto differenziata, capaci di alterare profondamente la ratio del sistema.

Nell’attuale sistema di imposte e benefici, all’aumentare del reddito di persone e famiglie aumentano le imposte dovute e diminuiscono i benefici connessi al sostegno del reddito, del carico familiare e del tipo di lavoro.

La combinazione di imposte crescenti e di benefici decrescenti determina l’emergere delle aliquote “aliquote marginali effettive”, che indicano la percentuale di ogni incremento di reddito guadagnato che deve essere versato come imposta o che viene compensato da una diminuzione di benefici incassati.

A parità di reddito lordo, le diverse condizioni individuali e familiari produrranno diverse aliquote marginali effettive e ciò influirà sull’offerta di lavoro oltre che sulla redistribuzione del reddito.

Il “documento” va letto per intero per avere una visione d’insieme. Per brevità riportiamo un altro passaggio importante per comprendere appieno il peso delle imposte nella loro complessità.

I conti in tasca. Il sistema nel 2017.

Prima di affrontare nel dettaglio il complicato quadro delle “aliquote marginali effettive” in Italia conviene richiamare i principali fattori che le generano e che caratterizzano il nostro sistema di imposte e benefici.

I contributi obbligatori.

La prima importante categoria di aliquote che colpisce il reddito lordo è quella contributiva a carico del lavoratore.

Se si eccettuano modeste aliquote contributive di natura assicurativa a copertura di ammortizzatori sociali, limitate per settore e dimensione d’impresa, l’aliquota che grava sul lavoratore dipendente è quella relativa alla previdenza obbligatoria, pari a circa il 9,2 per cento della retribuzione lorda, che aumenta al 10,2 per cento al superamento di circa 46mila euro annui.

È previsto un massimale che interrompe l’obbligo contributivo poco oltre i 100mila euro di reddito (per coloro che sono soggetti al calcolo interamente contributivo della futura pensione).

Per i collaboratori continuativi, iscritti alla speciale gestione separata presso l’Inps, l’aliquota contributiva a carico è del 10,9 per cento, o dell’8 per cento qualora pensionati o assicurati ad altra gestione obbligatoria. Vige inoltre il massimale di fine contribuzione pari nel 2017 a quasi 101mila euro annui. Non si applica invece, di fatto, un minimale contributivo.

Artigiani e commercianti contribuiscono per i propri futuri trattamenti previdenziali con il 23,55 per cento del reddito di specie, ma con un importante minimale attorno ai 15.500 euro (che innalza anche di molto l’aliquota sul reddito dichiarato) ed un massimale contributivo che è vicino ai 77mila euro per gli iscritti prima del 1996 e ai 101mila per quelli con minore anzianità contributiva e soggetti interamente al sistema di calcolo contributivo della futura pensione. Un punto aggiuntivo di aliquota è dovuto sui redditi compresi tra 46.123 ed il tetto contributivo.

I professionisti hanno aliquote e regole molto differenziate a seconda che gli accantonamenti affluiscano alla propria Cassa di afferenza o, se assente, alla gestione separata Inps (27 per cento), sempre con imponibile pari al reddito di specie.

Prima di concludere è opportuno riportare un passaggio con esemplificazioni che chiariscono l’incidenza delle imposte sui diversi tipi di reddito e. quindi, di contribuenti.

Il complicato mondo dell’Irpef.

Una volta alleggerito dei contributi obbligatori e di qualche altro onere deducibile, il reddito è assoggettato alle aliquote marginali generate dall’Irpef, la principale imposta italiana per gettito (circa 160 miliardi di euro annui) e per azione redistributiva.

Come già detto innanzi le aliquote nominali e gli scaglioni Irpef in vigore sono pari al 23 per cento da zero a 15mila euro annui di reddito imponibile, al 27 per cento sull’eccedenza fino a 28mila, al 38 per cento (un salto di 11 punti) fino a 55mila, al 41 per cento fino a 75mila, al 43 per cento oltre.

La più applicata aliquota implicita è nascosta nelle diverse decrescenze delle detrazioni spettanti per tipo di reddito: da lavoro dipendente, da pensionato, da autonomo (con contabilità semplificata).

Per i dipendenti, senza riportare dettagliatamente le formule, la detrazione spettante di 1.880 euro è piena fino a 8mila euro e poi decresce: più rapidamente fino a 28mila euro (con una aliquota implicita aggiuntiva di circa 4,5 punti percentuali), più lentamente fino all’azzeramento a 55mila euro (aliquota implicita di 3,6 punti). Oltre i 55mila euro, la detrazione spettante è nulla, come anche l’aliquota aggiuntiva implicita. Questo genera un effetto anomalo e probabilmente involontario: l’aliquota marginale effettiva tra i 38mila ed i 55mila euro imponibili risulta superiore a quella del 41 per cento che pesa sui redditi più elevati.

Per i pensionati, dal 2017 opera una riforma della detrazione che ne ha rimosso la differenziazione in base all’età (inferiore o superiore ai 75 anni). Questa detrazione inizia a decrescere oltre la soglia di esenzione in base al reddito, secondo una formula diversa a seconda che esso sia minore o maggiore di 15mila: ne derivano aliquote implicite aggiuntive che vanno da oltre 8 punti, fino a 15mila euro annui, a oltre 3 punti, fino a 55mila, oltre i quali la detrazione e l’aliquota implicita si azzerano.

Si verifica, quindi, lo stesso piccolo paradosso già osservato per i dipendenti: la seconda aliquota effettiva Irpef (30,2 per cento, tenuto conto della detrazione da pensione) è di un punto inferiore alla prima (31,3 per cento).

Per gli autonomi (imprese e professionisti con contabilità semplificate e non soggetti a sostitutiva) l’aliquota implicita connessa alla decrescenza della detrazione spettante è più semplice e modesta, collocandosi su 2,2 punti tra la soglia di esenzione di 4.800 euro complessivi annui (corrispondenti ad una detrazione di 1.104 euro) e i 55mila euro di azzeramento.

Sintesi delle conclusioni.

Il sistema italiano di imposte e benefici operante su persone e famiglie attraverso contributi, imposte e trasferimenti sociali esercita una rilevante azione redistributiva, che modifica in maniera essenziale la distribuzione primaria del reddito ai fattori, cioè il reddito lordo che il mercato attribuisce a dipendenti, collaboratori, professionisti, amministratori e imprenditori.

Tale azione redistributiva si concreta mediante l’operare di aliquote medie di fatto sul reddito lordo, frutto dell’interazione di molte e articolate regole, introdotte e modificate più volte nel corso degli anni e ispirate, di volta in volta, ai più svariati obiettivi di politica economica e sociale.

L’estrema articolazione e complessità delle norme di sistema determina un’alta variabilità delle “aliquote marginali effettive”, le quali influenzano l’offerta di lavoro e i conseguenti tassi di partecipazione dei vari segmenti di popolazione in età lavorativa.

Nelle conclusioni viene ripreso il concetto della progressività delle aliquote e ribadito che la struttura italiana ha assunto una conformazione riconducibile a tre livelli di cuneo:

– l’esenzione;

– un livello intermedio fino a circa 28mila euro di imponibile Irpef;

–  un livello massimo indifferenziato tra 28mila e infinito.

Dal punto di vista tecnico, alcuni di questi effetti sono dovuti alla tendenza ad aumentare soglie di esenzione e bonus, più visibili e apprezzati dalla popolazione, senza riorganizzare di conseguenza gli scaglioni e le aliquote, dato il cogente vincolo di bilancio.

Aspetti migliorabili e semplificabili.

Nelle conclusioni il “documento” evidenzia che appare possibile ed auspicabile migliorare il sistema sotto tre profili:

Auguriamoci che gli autorevoli suggerimenti contenuti nel “documento del Senato” possano trovare applicazione e soprattutto semplificazione dell’attuale sistema. La “compliance fiscale” sarà più incisiva e avrà più credibilità per i cittadini ma anche per i professionisti che devono applicare le “regole” non sempre facili e con una tempistica piuttosto intempestiva.

Per leggere l’intero “documento” il sito: Fisco. La giungla delle aliquote effettive.

 

Luca De Franciscis

dottore commercialista

www.studiodefranciscis.it

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