Non ci stanno più le stagioni (di Cosimo Risi)

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Siamo passati da un’estate torrida coi quaranta gradi in alcune città e dalla minaccia di ACEA, il gestore dell’acqua di Roma, di lasciare i cittadini all’asciutto durante la notte a meno che non rinunciassero alla doccia notturna e ad innaffiare le piante sul balcone, con il Lago di Bracciano che sembrava uno stagno secco e le papere ad annaspare, che invera la frase “l’acqua è poca e la papera non galleggia”. Siamo passati da un’estate siccitosa e funestata da Lucifero ad un precoce autunno piovoso e uggioso. Altro che i bagni di settembre sono i migliori.

Bagni, nel caso, non di mare ma dal cielo. ACEA continua a erogare l’acqua anche di notte, in ciò dando sollievo alla sfortunata Giunta Raggi cui non ne va bene una, il Lago di Bracciano rischia di tracimare per le piogge che lo gonfiano, e via elencando i disastri accaduti o semplicemente minacciati dalla miriade di siti che si occupano di meteo. Una scienza di cui siamo tutti seguaci fideistici al punto da divenire meteopatici senza neppure tirare il naso fuori di casa.

Il massimo della congiunzione astrale spetta all’Amministrazione Trump. Da candidato, e peraltro come qualsiasi candidato a qualsiasi pubblica carica, The Donald aveva promesso la fine dell’emergenza climatica. E non perché funzionassero il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, cui pure la Cina sembrava aderire, ma perché semplicemente l’emergenza non esisteva.

Meglio: non era mai esistita essendo una creatura (una delle tante fake news) dell’Amministrazione Obama e della cricca di ambientalisti che ne condizionavano l’operato. Per non parlare di quegli smidollati di europei che, secondo la definizione degli intellettuali conservatori americani, avevano scelto Venere al posto di Marte.

Mentre Macron teneva ad applicare il lascito ambientalista del suo predecessore, mentre Merkel dava manforte al dirimpettaio all’Eliseo, mentre la Commissione europea varava disposizioni stringenti a difesa dell’ambiente, Washington si accingeva a denunciare l’accordo sul clima appellandosi alla magica clausola del diritto internazionale che va sotto il nome di “rebus sic stantibus”. Che non è inglese ma latino e sta a significare che, cambiate le circostanze di fatto, il diritto segue.

E allora: se il clima non è minacciato dal riscaldamento globale, è inutile se non dannoso porre in essere rimedi che restringerebbero la libera intrapresa e la creazione di posti di lavoro. Il gioco del clima non varrebbe la candela della crescita economica.

Il diavolo fa le pentole e non i coperchi, tanto per stare nel banale, e tradisce il convincimento presidenziale: si scatena l’uragano sulle coste della Florida, dove il Presidente ha il suo buen retiro.

Cuba e Santo Domingo sono colpite ma non funestate, e d’altronde le isole caraibiche sono avvezze a patire con dignità. Irma si dirige minacciosa verso la Florida dove milioni di persone si danno alla fuga verso l’entroterra. A guardare le immagini televisive, abituati ai disastri reinventati dal cinema americano da Godzilla a l’Uomo Ragno, ti pare che gli eventi della Florida siano la replica d’un film già visto.

Gli alberi piegati dal vento, le strade allagate, le sirene dello sceriffo, gli episodi di normale eroismo. Ed invece la crudezza delle immagini ti convince che è tutto vero: lo Stato della Florida, dove Ernest Hemingway ben prima di Trump soggiornò, è sotto la spaventosa minaccia dell’uragano.

I climatologi asseriscono che questo uragano è tremendo perché viene da un’alterazione sensibile del clima globale e che verosimilmente è il peggiore finora ma non il peggiore in assoluto. Il primato dei danni è destinato ad essere superato dal prossimo.

Il clima è seriamente danneggiato dalla furia umana che genera la furia della natura. Col clima non si scherza e non basta una dichiarazione dell’uomo più potente al mondo per cancellare il rischio. I fatti hanno la testa dura ed il Presidente americano se ne sta accorgendo, speriamo non troppo tardi.

di Cosimo Risi

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1 COMMENTO

  1. Gentile Cosimo Risi io sono di Bracciano e la sua frase: “con il Lago di Bracciano che sembrava uno stagno secco” le assicuro che è completamente sproporzionata. Si puo’ chiamare “stagno secco” un bacino che ha perso circa 2 metri di livello ma che, comunque, contiene milioni e milioni di litri d’acqua e che, nel suo punto più alto è passato da 160 metri a “solo” 158 metri di profondità? Saluti con simpatia da Bracciano. marco perotti

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