Il nucleare si, il nucleare no. Stiamo tutti appesi al capriccio della bomba (di Cosimo Risi)

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Mesi fa il Presidente americano ed il Presidente nord-coreano si scambiavano insulti conditi di minacce.

Qualche frase era in puro stile “macho”, io ho il bottone più grosso del tuo, con ciò intendendo il bottone rosso da pigiare per scatenare l’attacco o la rappresaglia nucleare.

Non erano solo frasi, seguivano i fatti concludenti. La Nord Corea moltiplicava gli esperimenti nucleari, ora facendo brillare una bomba che provocava l’onda d’urto di piccoli terremoti, ora lanciando un missile che avrebbe potuto raggiungere le basi americane.

Dall’altra parte gli Stati Uniti mobilitavano la flotta e praticavano esercitazioni congiunte con le marine di Giappone e Sud Corea. Questi due paesi si apprestavano alle difese da attacchi nucleari, consapevoli, specie il Giappone che del nucleare ha la sola tristissima esperienza, che a fronte della bomba per eccellenza poche difese tengono. Si vaticinò il ritorno alla guerra fredda, quella che oppose USA e URSS fino al collasso dell’Unione Sovietica, ma senza la saggezza dei reggitori dell’epoca.

Il solito giornale americano riportò che il Presidente Nixon diede ordine di diffondere l’idea che egli fosse pazzo e dunque capace di sganciare la bomba sulla Cina, se questa non si fosse ammorbidita nella guerra del Vietnam.

La bomba non fu sganciata per fortuna, anche se sulla salute mentale di Nixon qualche dubbio sussisteva, e la guerra del Vietnam fu chiusa con un compromesso che certificò la sconfitta americana. Una sconfitta annunciata: si guardi il film  The Post di Spielberg.

Mesi dopo, e cioè ai giorni nostri, le due Coree allestiscono una squadra comune per partecipare alle Olimpiadi invernali. I rispettivi dirigenti politici si stringono la mano e si promettono incontri meno pubblici e più impegnativi. Il Vice Presidente USA, presente alla cerimonia, ostenta distacco, resta in piedi quando gli altri si alzano, non saluta la delegazione nord-coreana.

Fa di tutto, insomma, per significare che il riavvicinamento delle Coree, sia pure in chiave sportiva, proprio non gli va giù. Questa è evidentemente l’istruzione che gli viene da Washington e questo è il comportamento che tiene nell’occasione.

Ai giochi invernali si gioca una complicata partita diplomatica, si suppone con la regia della Cina, che vorrebbe dimostrare che le Coree,  libere da interferenze esterne, possono  avvicinarsi e, in prospettiva, unificarsi. E’ lo straniero remoto che impedisce il processo: non per difendere libertà e diritti che in Asia nessuno difende davvero, ma per mantenere la propria presenza in uno scacchiere lontanissimo dalla madre patria.

Pechino farebbe infatti  balenare alla Corea del Sud che il contenzioso con il Nord si risolverebbe (con buona pace della minaccia nucleare) se Seul rinunciasse all’amico americano. Gli affari asiatici agli asiatici, tutti gli altri stiano a casa loro.

La diplomazia cinese è accreditata di sottigliezza, uno scenario di questo tipo è ipotizzabile. Ci sta il precedente dell’Unione Sovietica che invitò gli europei a liberarsi degli americani per restituire l’Europa a chi ci viveva senza le interferenze esterne. Nel frattempo collocava missili nucleari al confine con la Germania, pronti a colpire vari punti d’Europa. L’Europa non si lasciò sedurre e, a cominciare dalla Germania dell’allora Cancelliere Helmut Schmidt, schierò i missili americani a difesa.

Ora non è detto che le lusinghe cinesi facciano breccia in Corea del Sud e  Giappone. I due paesi sarebbero disposti a rinunciare all’aiuto americano in un’area a rischio come l’Estremo Oriente?  La Russia sarebbe disposta a lasciare campo libero alla Cina in un mare che è anche di proprio interesse?

Gli interrogativi sono numerosi e importanti, è difficile rispondere nel breve lasso di tempo dei giochi. Per ora tiriamo un sospiro di sollievo. Finché i giochi durano, non assisteremo a esperimenti nucleari e le bombe resteranno dove dovrebbero sempre rimanere: negli arsenali.

Cosimo Risi

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