Sei anni senza Lucio Dalla (di Cosimo Risi)

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La data del 6 marzo 1943 resta impressa nella memoria, così s’intitola la canzone che Lucio Dalla portò al Festival di Sanremo letteralmente un millennio fa. La canzone era melensa, un tardo testo del neorealismo cinematografico con la fanciulla che cede all’amore di uno sconosciuto e partorisce un figlio destinato dalla nascita a non conoscere il padre.

Per catturare il grande pubblico Lucio aveva bisogno di un testo che lo compiacesse: un pubblico che si voleva cristiano e sensibile alle storie dei reietti ma buoni. Molti si chiesero se il bimbo concepito in quella avventurosa maniera sul finire della grande tragedia mondiale fosse proprio lui.

In definitiva non importava. Lucio  aprì un varco nella musica popolare italiana per allargarlo sempre più fino ai testi perfetti e irridenti del periodo migliore. La stagione alla fine degli anni settanta è degna di un compositore in ascesi creativa.

Una canzone apparentemente minore lo rese paladino del politicamente scorretto, pur essendo egli correttamente impegnato a sinistra. E d’altronde, nella Bologna anni settanta, o eri comunista o non eri. Disperato erotico stomp è la descrizione magistrale, e perciò irripetibile, dell’intellettuale di sinistra dal pensiero politicamente corretto e dal destino adeguatamente sfigato.

E poi ci si chiede perché la sinistra perde. La storia è nota: la donna lo lascia per andare via con un’amica, “quella alta grande fica, per fare insieme qualcosa d’importante di unico e di grande”.

L’intellettuale si rifugia nella solitudine pensierosa e malmostosa. Bologna lo accoglie sotto ai portici con la solita fauna umana, nella quale spicca  un tedesco di Berlino, allora città divisa, che s’è perduto malgrado che “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”. In effetti Bologna ha un impianto quasi circolare: ovunque tu vada, trovi un portico che somiglia ad un altro portico finché spunti in Piazza Grande. Dove Dalla ambienta l’altra sua celebre canzone.

Oggi avrebbe 75 anni, Lucio Dalla, se non fosse scomparso sei anni fa in una città sulle sponde del Lago Lemano dove partecipava ad un festival jazz. Il jazz era la sua passione, il clarinetto era il suo strumento.  Non era bello e forse aveva un cattivo carattere.

Una sera di anni fa, nel ristorante della buona borghesia di Catania, ceniamo ad un tavolo accanto all’ingresso. Al di fuori del locale troneggia un acquario dove nuotano i pesci fra cui il cliente è chiamato a scegliere quello da servire. In genere il cliente si industria da solo per poi indicare  il prescelto al cameriere. Stiamo già consumando il nostro pasto quando nel locale freme l’agitazione. Il cameriere, il maître, il gestore si precipitano alla porta. “Ci sta Lucio, ci sta Lucio!” – ripetono in un misto di italo – siculo che non è ancora il vigatese di Andrea Camilleri.

Lucio Dalla, piccoletto e peloso e malvestito come ci si aspetta, compare sulla soglia. Quelli del locale non lo lasciano entrare, prima deve scegliere, sotto la loro supervisione, il pesce da servire a tavola. Lucio indica il più florido. Il cameriere lo afferra mentre guizza nell’acqua e lo esibisce alla tavolata che aspetta Lucio. Nessun commensale ha comandato alcunché prima che Lucio arrivi. Tutti  accettano la sua scelta come la migliore possibile.

Gli altri clienti, buona borghesia catanese, simulano di non notare la scena. In Sicilia l’antica cultura arabo – europea impedisce i facili stupori e custodisce la privacy anche delle celebrità. Fosse stato presente Salvo Montalbano, avrebbe pregato di non disturbare il pasto col trambusto d’un autografo o, peggio, d’un selfie.  Mi adatto all’ambiente e guardo di sottecchi il tavolo di Lucio. Tendo l’orecchio: che accenni ad un motivo?

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