Il Giro d’Italia parte da Gerusalemme (di Cosimo Risi)

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Il Giro d’Italia va in trasferta a Gerusalemme, che proprio in Italia non si trova.

Ci va nel nome di Gino Bartali, il campione del ciclismo riconosciuto Giusto fra i Giusti per avere salvato alcuni ebrei durante le persecuzioni razziali. Un connubio fra Italia e Israele e fra cristianesimo e ebraismo all’insegna del ciclismo.

Bartali era un fervente cristiano e adoperò la tipica virtù della misericordia riguardo ad esseri umani in grave difficoltà. Pochi ebbero il suo stesso coraggio, quei pochi salvarono l’onore dei molti che si piegarono alle leggi razziali.

Non si sa se per coincidenza o per incauta scelta il Presidente dell’Autorità Palestinese rispolvera una sua lontana tesi di laurea, nella quale sosteneva che, in definitiva, la persecuzione contro gli ebrei trovava motivazione nel comportamento degli stessi ebrei. In una dichiarazione alla stampa araba Abu Mazen rinnova il vecchio argomento con la critica agli ebrei di essersi troppo adoperati nel prestito del denaro (usura) e che questo avrebbe provocato la reazione delle società in cui vivevano.

Non che egli stabilisca un nesso di causalità fra la ripulsa degli ebrei e la soluzione finale, ma il passo è tale da scatenare l’indignazione generale. Persino l’Unione europea, che pure Israele accusa di atteggiamenti compiacenti verso gli arabi, critica le frasi di Abu Mazen. Per non parlare naturalmente della stampa israeliana e delle autorità americane. Abu Mazen torna presto su quelle dichiarazioni per ridimensionarle. Non intendeva offendere il popolo ebraico né sminuire la gravità della Shoah.

Non è la prima volta che accade che un dirigente palestinese di rango adoperi il cosiddetto doppio linguaggio: quello bellicoso in arabo ad uso dell’opinione pubblica locale e quello rassicurante in inglese ad uso dell’opinione pubblica occidentale.

L’attuale linguaggio del Presidente palestinese, poi parzialmente smentito, serve a rilanciare l’immagine dell’Autorità Palestinese e la sua personale nei confronti di Hamas che, nella Striscia di Gaza, organizza le proteste del venerdì.  Abu Mazen avversa quelle forme di proteste: le ritiene sterili, perché certo non indurranno Israele a ritirarsi dai Territori, e ad alto rischio, perché le regole d’ingaggio dell’IDF sono perentorie.

Dopo ogni venerdì si contano le vittime in decine, l’ultimo venerdì è stato in verità meno cruento limitandosi il bilancio ai feriti. Ma non è stato così in passato e si rischia che non sia così in futuro. Le proteste a Gaza dovrebbero conoscere il culmine a metà maggio, in corrispondenza della Nakba (la catastrofe), l’anniversario della fondazione dello Stato d’Israele.

L’orologio del processo di pace in Medio Oriente sposta le lancette indietro. In Israele si dibatte se e come integrare “legalmente” gli insediamenti nei Territori. Si dibatte della demografia che condannerebbe uno stato bi-nazionale (ebraico e palestinese) allo squilibrio fra i popoli.

A termine, gli arabi dovrebbero raggiungere e sopravanzare in numero gli ebrei. Uno stato che si voleva ebraico a maggioranza araba? Oppure una minoranza ebraica che domina una maggioranza araba nella riedizione della apartheid sudafricana? Non sono interrogativi da poco. Non riguardano soltanto quei due popoli.

Il fatto che il Giro d’Italia parta da Gerusalemme acquisisce un significato politico profondo. Quella terra è la nostra terra, quei popoli sono i nostri popoli. L’Europa deve guardare in faccia agli eventi con la consapevolezza di potere fare di più di quanto sta facendo. Il Medio Oriente è al vertice della nostra agenda internazionale.

di Cosimo Risi

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