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Si muore a Gaza. E allora? (di Cosimo Risi)

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L’ultimo bollettino parla di vittime a decine: giovani colpiti dal fuoco dei militari IDF (Israeli Defence Forces) mentre tentano l’assalto alla barriera che separa Gaza da Israele.

I comunicati IDF assicurano che fra le vittime si contano numerosi terroristi.

Le esequie delle vittime sono l’occasione per il dolore e la rabbia e la minaccia di proseguire nel martirio. La comunità internazionale reagisce criticando l’uso sproporzionato della forza da parte israeliana.

L’Organizzazione per la Conferenza Islamica (OCI) si riunisce in Turchia e dirama un documento di condanna nei confronti di Israele e di critica all’ONU che, a suo dire,  ancora una volta si mostra impotente a fermare l’eccidio.

Il vertice si tiene in Turchia perché quel paese ha la presidenza di turno dell’Organizzazione. E’ la platea giusta per il Presidente Erdogan ad ergersi a paladino dei deboli, in questo caso i Palestinesi, e rivendicare l’intangibilità dello status di Gerusalemme. Egli critica insieme l’operato israeliano e la decisione americana di trasferire l’Ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Erdogan mette in scena un paradossale rovesciamento delle alleanze. La Turchia non è membro NATO? La Turchia non è sodale d’Israele? La strategia neo – ottomana del Presidente turco pare inarrestabile. Consolidato il potere interno dopo il fallito golpe del 2016, guarda alla regione circostante in cerca di nuove convergenze. Fresca è quella con Iran e Russia per stabilizzare la Siria.

Il pragmatismo è la regola. Non importa che l’Iran sia sciita mentre la Turchia è sunnita. Non importa che la Russia appartenga ad un mondo diverso dall’occidentale. Occorre affermare la centralità turca all’interno di un nuovo quadro arabo – musulmano. La lentezza con cui procedono (non procedono) i negoziati di adesione all’Unione europea proietta la Turchia in terra incognita.

Le mosse del Presidente finiscono per avverare le profezie di quanti, in Europa, dubitano delle credenziali europee della Turchia e dunque della sua idoneità a diventare nostro sodale in seno all’Unione.

Il Primo Ministro d’Israele si muove con pari agilità. Le regole d’ingaggio alle forze armate sono rigide: se un Palestinese di Gaza valica la barriera di separazione, tutti possono valicarla. Egli sconta le conseguenze sul piano dell’immagine internazionale, conta sul fatto che nei passaggi decisivi, ad esempio un voto alle Nazioni Unite, gli Stati Uniti interverranno a mitigare se non a bloccare.

Si avvicina alla Russia di cui riconosce il ruolo in Siria. Putin ha appena ricevuto Assad a Sochi e nel sole meridiano gli stringe la mano e gli assicura che presto ritirerà le truppe perché il paese si avvia alla stabilità. Rimette Assad al potere dopo la guerra civile e le conquiste dell’ISIS.

Netanyahu incassa l’amicizia del Presidente Trump che, assente di persona, manda all’inaugurazione dell’Ambasciata figlia e genero oltre che il Ministro dell’Economia. Altri paesi imiteranno gli Stati Uniti, alcuni membri dell’Unione sono pronti a trasferire le sedi diplomatiche a Gerusalemme. La convergenza politica a Bruxelles latita. L’Unione impegna risorse ingenti in Medio Oriente, fatica ad imporre una linea politica coerente ai contendenti e ora persino agli stati membri.

Bisogna fronteggiare i dazi americani sulle merci europee e la denuncia, sempre americana, dell’accordo sul nucleare con l’Iran. Una valanga di restrizioni commerciali rischia di crollare sulle imprese europee, colpevoli di vendere troppo negli States e di vendere comunque in Iran. L’ultimo anno della Commissione Juncker si profila difficile. A confronto i richiami all’Italia sembrano ben poca cosa. Come ben poco spazio il nostro contratto di governo dedica alle emergenze internazionali.

Cosimo Risi

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