Aperture domenicali, il settimo giorno si tornerà a riposare (di Tony Ardito)

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Non appena il governo di Giuseppe Conte si è insediato, a impossessarsi indiscutibilmente della scena è stato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che sin da subito ha battuto, con toni e fare perentori, su due temi fortemente avvertiti nell’intero Paese e di grande presa, pure mediatica, quali quelli dei migranti e della sicurezza.

Una partita altrettanto complicata, ma certamente di minor impatto, almeno nell’immediato, se la sta giocando il suo collega vicepresidente, Luigi Di Maio, che ha puntato su vertenze e argomenti assai scottanti, sui quali il M5S ha fortemente caratterizzato alcune delle sue principali battaglie e per cui, da ministro del Lavoro, ha immediatamente intavolato il confronto e la discussione: dai Riders all’Ilva di Taranto.

Per non parlare della volontà manifesta di riscrivere, se non addirittura alienare, l’intero impianto della celeberrima legge Fornero; di rivedere l’attuale sistema pensionistico,  di introdurre il reddito di cittadinanza e così via.

In questi giorni, presso il dicastero di via Veneto, si sta dibattendo altresì sulla opportunità di continuare a tenere i negozi aperti la domenica ed i giorni festivi. Una decisione che fu assunta nel 2012 dall’esecutivo guidato da Mario Monti. Di Maio vuole il ritorno alle vecchie regole, ovvero, eccezion fatta per eventuali deroghe locali, in quei giorni, negozi chiusi.

La questione riguarda e coinvolge circa 3 milioni di lavoratori del commercio a cui, secondo il contratto di categoria, l’azienda può chiedere di lavorare fino a 25 domeniche l’anno con maggiorazione sullo stipendio. Sul punto, sarebbe interessante già solo sapere a quanti di coloro che son stati cooptati sino ad ora per tale abbisogna, è stato realmente riconosciuto questo diritto.

“Dobbiamo seguire un filo conduttore, combattere la precarietà, eliminare lo sfruttamento”. Ha sostenuto Luigi Di Maio. Il tema potrebbe entrare nel “decreto dignità” e arrivare in Consiglio dei Ministri già i primi di luglio, oppure essere ridiscusso in un quadro più ampio.

Il segretario della CISL, Annamaria Furlan ha affermato: “In un confronto tra le parti è giusto rivedere le norme sulla liberalizzazione selvaggia”. Per la Confcommercio le liberalizzazioni non hanno creato più occupazione.

Mentre l’Unione Consumatori ritiene incredibile togliere una norma di libertà per i commercianti. La grande distribuzione ha, invece, parlato di vero servizio per 12 milioni di cittadini che fanno acquisti la domenica. Secondo Federdistribuzione, la liberalizzazione è stata foriera di oltre 4000 assunzioni.

La vicenda, dunque, si presenta in tutta la sua complessità: da un lato le esigenze di un libero mercato che rivela certamente efficienza, ma anche spietatezza e cinismo e dall’altra, la tutela e il doveroso rispetto della dignità dei lavoratori, anzi di ciascun lavoratore.

Tony Ardito, giornalista

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