Nuova direttiva: cellulari sequestrati dopo un incidente

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Distrarsi alla guida utilizzando telefoni cellulari, tablet, navigatori e ogni altro genere di tecnologia è in primo luogo pericoloso per la sicurezza nostra e degli altri, ma in caso di incidenti gravi può diventare pericoloso anche per la nostra fedina penale.

Una nuova misura pilota, che in questo momento è attiva in Friuli-Venezia Giulia ma in futuro potrebbe essere estesa anche al resto d’Italia, prevede infatti che le forze dell’ordine che intervengono sulla scena di un incidente stradale avranno licenza di passare al setaccio e sequestrare tutte le apparecchiature elettroniche presenti all’interno della vettura.

L’indicazione è arrivata dalla Procura di Pordenone, che su input della Procura generale di Trieste ha emanato una direttiva per rispondere all’appello della polizia stradale friulana che chiedeva lumi circa le modalità d’azione in caso di tragedie.

Risposta: l’autista coinvolto in un sinistro grave (quelli con morti o feriti) dovrà quindi collaborare con la polizia consegnando il telefonino e ogni altro «device» reperibile nell’abitacolo per consentire di verificare immediatamente eventuali interferenze con la condotta di guida.

Caccia quindi a chat o messaggi o finestre di navigazione aperte al momento dell’incidente, e per chi si rifiuta o cercherà di nascondere gli apparecchi scatterà la perquisizione personale con eventuale sequestro. È ovviamente prevista la facoltà di farsi assistere da un avvocato e qualora non emergano elementi di prova tutta l’«attrezzatura» verrà restituita al legittimo proprietario.

Si tratta dunque di un ulteriore giro di vite in tema di sicurezza, dopo che nel 2016 era stato introdotto il reato di omicidio stradale, anche perché il numero di incidenti provocati dalla superficialità di chi guida dedicandosi contemporaneamente ad altre attività purtroppo è in costante aumento.

E nel momento in cui ciò viene accertato le conseguenze civili e penali per il responsabile sono ben peggiori. Come detto, la novità potrebbe diventare presto un modello anche per il resto del Paese, perché il «pacchetto» è già stato inoltrato dal procuratore generale di Trieste Dario Grohmann alla Procura generale della Corte di Cassazione e ai colleghi degli altri distretti.

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