Gli accordi globali su rifugiati e migranti – parte I (di Cosimo Risi)

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Non si sfugge all’argomento del giorno: la crisi migratoria.

La crisi è oggetto di commenti gridati, di decisioni improvvide, di alleanze innaturali, di petizioni umanitarie, di traffici illeciti. Nel frattempo alle Nazioni Unite procedono i lavori sui global compacts, gli accordi globali concernenti i rifugiati e le migrazioni.

Il percorso ONU mira a divenire il punto di convergenza tra gli stati membri sui principi e gli obiettivi delle politiche migratorie. Lo scopo è di creare un quadro normativo e politico tale da facilitare la cooperazione multilaterale in materia. Poiché a New York sono rappresentati sia i paesi di emigrazione che di immigrazione, la discussione  riguarda la comunità internazionale e le relative conclusioni dovrebbero impegnarla nella sua interezza.

Il dibattito include considerazioni umanitarie, in particolare se riferite alle migrazioni provocate da situazioni di guerra e dal mancato sviluppo. Al mancato sviluppo afferiscono le migrazioni cosiddette climatiche e la tutela dei diritti umani. La cooperazione multilaterale è decisiva in questo campo perché entrano in gioco le dimensioni geografiche del fenomeno: regionale, internazionale, bilaterale.

La cooperazione multilaterale serve pure a comprendere quali siano i drivers, gli stimolatori delle migrazioni: la mancanza di opportunità di lavoro, le difficoltà del vivere in certi paesi, gli squilibri economici, le crisi agricole e ambientali, il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali.

Il tema è talmente variegato che abbraccia anche un settore ignorato dai più: le sparizioni forzate. Di questo si occupa la Convenzione delle Nazioni Unite per la protezione di tutte le persone contro le sparizioni forzate (ICPED), in collegamento con la Commissione ONU sui diritti umani.

L’Unione europea impronta la propria azione esterna (la politica estera verso i paesi terzi) al favore del multilateralismo e dello sviluppo sostenibile. Le tre istituzioni politiche UE (Commissione, Consiglio, Parlamento) adottano nel 2017 la Dichiarazione dal titolo “Nuovo consenso europeo in materia di sviluppo – il nostro mondo, la nostra dignità, il nostro futuro”. La Dichiarazione sostiene che il tema migratorio va affrontato alla fonte: nei paesi di provenienza dei flussi attraverso la politica di sviluppo per rimuovere i ritardi economici.

La migrazione economica va perciò combattuta attraverso la cooperazione allo sviluppo (da cui i vari piani per l’Africa) ed i partenariati rafforzati (accordi coi paesi di provenienza per accrescere la loro volontà di frenare i flussi). E’ il tipico approccio democratico alle relazioni internazionali che l’Unione persegue e che sconta le lentezze del rapporto con regimi a volte difficili e assai poco democratici. Ecco perché l’Unione cerca di ampliare il campo degli interlocutori locali: non solo i governi ma anche le società civili ed il settore privato.

In linea di principio l’Unione colloca il fenomeno migratorio nella prospettiva della cooperazione allo sviluppo. Nel 2018 il Parlamento europeo constata in una risoluzione quanto segue: “la migrazione è un fenomeno umano complesso; sebbene i rifugiati siano definiti in modo specifico e tutelati dal diritto internazionale, in quanto individui che risiedono al di fuori del loro paese di origine a causa del timore di persecuzioni, conflitti, violenze… i rifugiati, al pari dei migranti, sono titolari di diritti umani e spesso sono soggetti a una maggiore vulnerabilità, violenze e abusi durante l’intero processo migratorio”.

La conclusione provvisoria da trarre è che, in ambito multilaterale (ONU, UE), l’approccio alle migrazioni è marcatamente umanitario (human rights oriented) ed incline a considerare in priorità gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Cosimo Risi

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