La scelta della NATO settant’anni dopo (di Angelo Giubileo)

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La necessaria contrapposizione delle “opinioni” è ideale che contraddistingue il “politico” (cfr. Platone) e lo separa da un’attività di analisi e di ricerca che miri a una visione viceversa “naturale”, e quindi originaria e fattuale, delle cose che accadono.

Accadde quasi esattamente 70 anni fa, il 18 aprile 1948, che con l’elezione del primo parlamento repubblicano, il nostro paese scelse – indirettamente e mediante un atto di estrema sintesi politica –  di aderire al patto “occidentale” della NATO contro la proposta di adesione al patto “orientale” del blocco sovietico.

Tutto sommato, anche “occidente” e “oriente” potrebbero essere considerate forme di “categorie” (aristoteliche), al pari come precisato della politica, ma – leggendo a esempio il libro di Tim Marshall, Le 10 mappe che spiegano il mondo – si potrebbe anche inquadrare la questione, oltre semplicisticamente i territori, nell’ambito della geopolitica dei costumi, ovvero abitudini e consuetudini, che i latini chiamavano “mores”, e che in qualche modo dai territori stessi traggono vitalità.

Infatti – se ogni categorizzazione è impropria perché finisce per isolarci e isolare la realtà in cui viceversa viviamo -, dopo ripetiamo circa 70 anni, la questione politica odierna sembra sia di nuovo la stessa, così come dalle colonne del Corriere della sera autorevoli esperti dicono e discutono da giorni. Per ultimo, ma solo in ordine di tempo, Angelo Panebianco scrive: “A parti rovesciate oggi l’Italia sembra sul punto di mettere in discussione le scelte pro-occidente del 1948, sembra pronta a salpare verso lidi più orientali (la Russia sta a cavallo fra Europa e Asia), sembra pronta a ridefinire la propria collocazione internazionale”. Possiamo anche aggiungere, guardando oggi piuttosto alla Cina che alla Russia.

Occorrerebbe sempre uscire dalla “trappola” tipizzante della politica, insita nel meccanismo ideale della contrapposizione, e, soprattutto se in qualche modo costretti dagli eventi, occorrerebbe sempre disporre di una strategia che, oltrepassando ogni rispettiva tattica di partito e all’interno di ogni partito, miri al cosiddetto “bene esclusivo” del paese.

E quindi, ricapitolando: “occidente” o “oriente”? In tempi, che molti definiscono “confusi” e “incerti”, sarebbe troppo chiedere ai partiti italiani, uno per uno, se intendano confermare la scelta di 70 anni fa? Forse che no, ma evidentemente non è così. E infatti, siamo proprio certi che da una tale dichiarazione d’intenti non possa derivare viceversa qualche sorpresa, e cioè: un’appartenenza comune tra partiti e leader politici viceversa di opposti schieramenti? Se Salvini guarda a est, siamo proprio sicuri che altrettanto facciano Tajani e la Meloni? E se Di Maio guarda a ovest, siamo proprio sicuri che a sinistra gli altri facciano altrettanto?

Quanto a me – perfino a me, che ho 17 anni meno di 70 -, vivere a ovest mi ha senz’altro garantito e tutelato. Vorrei che fosse così anche per i più o meno giovani.

 Angelo Giubileo

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