Ingrassi e pensi sia qualche intolleranza? Sbagliato

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Le intolleranze alimentari possono essere responsabili dell’aumento di peso che si riscontra in maniera diffusa nella popolazione? La risposta meriterebbe di essere incisa a caratteri cubitali sul ferro: no.

Troppi test diagnostici privi di efficacia  

Le società hanno deciso di irrompere sulla scena con un documento condiviso per porre un freno al dilagare di test diagnostici spesso privi di qualsiasi validità scientifica. Le intolleranze alimentari – al lattosio, al glutine, all’istamina(contenuta o fatta rilasciare da pesce, crostacei, frutta secca, conservanti), ai solfiti (vino), al glutammato di sodio (funghi, pomodori, ma è anche usato come additivo) e ai dolcificanti (aspartame, sorbitolo) – sono una realtà scientificamente provata.

Le reazioni sono dovute a un deficit enzimatico (come accade per quella al lattosio), a un’eccessiva reattività rispetto ad alcune sostanze presenti in alcuni alimenti o alla presenza di alcuni additivi alimentari (solfiti, glutammato di sodio, addensanti, dolcificanti). Quello che invece non ha alcun fondamento scientifico è che le presunte intolleranze diagnosticate con i metodi più fantasiosi – test del capello, test della forza, biorisonanza, test del riflesso auricolare, Vega test, test su cellule del sangue – farebbero ingrassare.

Un business da 300 milioni di euro all’anno (solo in Italia)  

Il ricorso a questi test sta crescendo a ritmi da non trascurare, se ogni anno sono circa quattro milioni gli esami fasulli eseguiti in Italia (costo compreso tra 90 e 400 euro). Totale dello spreco annuo: vicino ai trecento milioni di euro. Una cifra spaventosa, che l’anno scorso aveva convinto gli esperti della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Clinica a presentare le prime linee guida per l’interpretazione dei test diagnostici.

«Orticaria acuta, sintomi gastrointestinali e anafilassi sono i segni distintivi delle allergie – afferma Walter Canonica, direttore della clinica di malattie dell’apparato respiratorio dell’Università di Genova e presidente della società -. Oggi, però, basta avere una stanchezza inspiegabile, qualche difficoltà digestiva, mal di testa, dolori alle articolazioni o altri disturbi non facilmente inquadrabili per autodiagnosticarsi un’intolleranza alimentare, prendendo di mira un cibo a caso. C’è perfino chi punta il dito contro una presunta intolleranza quando vede fallire una dieta».

Anche se c’è l’intolleranza, non è la causa del sovrappeso  

Dunque è inutile compiere la corsa al test, con la speranza che un eventuale esito positivo possa rappresentare il prodromo della perdita di peso. «Non esistono prove scientifiche in grado di validare gli strumenti di diagnosi spesso utilizzati per sostenere il nesso tra intolleranze e obesità – prosegue Giacco -. La positività al test degli anticorpi IgG4 alimento-specifico non indica una condizione di allergia o intolleranza alimentare, ma una risposta fisiologica del sistema immunitario all’esposizione ai componenti presenti negli alimenti». Scopo del documento è quello di fornire al mondo scientifico e professionale un utile riferimento per garantire una corretta comunicazione con i cittadini.

Ma il messaggio punta ad arrivare direttamente anche alla popolazione, che sempre più spesso ha la possibilità di accedere a questi test prenotando una visita attraverso la rete: senza dunque ricorrere al consulto del medico di famiglia. Le uniche intolleranze alimentari per cui esistono test diagnostici sono quelle al glutine (dosaggio degli anticorpi e biopsia) e al lattosio (test del respiro). Negli altri casi, quando si sospetta una reazione avversa al cibo, il primo passo da compiere è l’esclusione di un’allergia (che provoca una reazione da parte del sistema immunitario) o, in alternativa, quella degli alimenti indiziati dalla dieta.

Per dimagrire bastano dieta e attività fisica  

Adesso, di fronte al dilagare di approccio privo di evidenze scientifiche, altre otto società hanno deciso di scendere in campo in difesa dei cittadini. Giorgio Sesti, direttore dell’unità operativa di medicina interna dell’azienda ospedaliero-universitaria Mater Domini di Catanzaro e presidente della Società Italiana di Diabetologia, coglie l’occasione per rimarcare che «c’è un solo modo per contrastare il sovrappeso: incrementare l’attività fisica e ridurre la quantità di calorie assunte con la dieta. I risultati migliori si ottengono utilizzando modelli alimentari che hanno radici tradizionali nella dieta mediterranea, tenendo conto delle necessità individuali».

Alla terapia nutrizionale per la perdita di peso, deve essere associato un cambiamento dello stile di vita, che includa anche un’attività fisica regolare di moderata intensità: almeno trenta minuti al giorno, per cinque giorni alla settimana. Chiosa lo specialista: «Creare un legame tra allergie e intolleranze alimentari e obesità rischia di essere un alibi pericoloso per la salute dei cittadini e un business per alcuni portatori di interesse».

Fonte LaStampa

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