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La lunga marcia per liberare l’Europa (di Cosimo Risi)

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La lunga marcia fu quella di Mao Zedong per liberare la Cina. La lunga marcia è quella dei movimenti sovranisti per liberare l’Europa dallo spettro del sovranazionalismo. La contrapposizione fra le due visioni non è di oggi.

I sovranisti di casa nostra probabilmente dimenticano che hanno un illustre precedente nel Generale Charles de Gaulle che, in omaggio all’Europa delle patrie, lavorò in seno all’Assemblea francese per impedire la ratifica della Comunità Europea di Difesa (CED, 1954) e ostacolò a lungo l’adesione del Regno Unito alla Comunità Europea. La mancata ratifica CED frenò per decenni la creazione della difesa europea, l’adesione britannica fu possibile solo dopo che de Gaulle uscì di scena a favore di Georges Pompidou.

Il pensiero sovranista ha continuato a muoversi in Francia sotto traccia, affiorando quando si trattava di rinsaldare la politica estera, di sicurezza e difesa comuni. Ha trovato sponda nel Regno Unito. Londra ha infine spinto la coerenza sovranista fino al recesso dall’Unione al grido di “riprendiamoci la sovranità”.

In seno all’Unione la Francia si è ritagliato il ruolo di motore dell’integrazione, assieme alla Germania, e di custode di una pretesa ortodossia che la porta a toni didascalici nei confronti degli stati membri che  deviano (Italia per la chiusura dei porti).

Il sovranismo si nutre di nuova linfa grazie ad alcuni nuovi stati membri dell’Est.  Polonia e Ungheria sono finite nel mirino delle istituzioni europee per la loro devianza dai principi comuni in materia di libertà.

Non vagheggiano l’uscita dall’Unione, ma una sua riformulazione in termini sovranisti. A volerla dire brutalmente essi invitano Bruxelles ad aiutarli a crescere lasciandoli  in pace sul piano politico interno: nell’Unione si  ripristini  il principio di non ingerenza negli affari domestici.

All’interno della zona Euro il principio di non ingerenza è escluso in radice. Se un membro Euro traballa, gli scossoni si riverberano altrove con danno generale per la moneta unica e la tenuta del sistema. Il gioco dello spread segnala che da qualche parte il sistema traballa. Gli investitori reagiscono di conseguenza: non per oscure trame politiche ma per mera convenienza.

La bozza di manovra approvata dal Governo italiano andrà in valutazione presso la Commissione che, esaurite le prime critiche reazioni, sarà tenuta ad esaminarla nei dettagli ed in contenzioso con Roma. Sarà una trattativa di lunga lena. Come tutti i negoziati che si rispettino, questo parte con dichiarazioni bellicose con il  salviniano “me ne frego” di infausta memoria.

Si tratterà di capire fino a che punto la Commissione spingerà le critiche. Dall’altro canto si tratterà di capire fino a che punto l’atteggiamento italiano rimarrà sul menefreghismo. Qualche margine di manovra ci sta sempre, nessuna parte avrebbe davvero l’interesse a rompere.

Gli interlocutori vivono una speculare incertezza. La Commissione Juncker sta a fine mandato, quella che verrà potrebbe avere un orientamento diverso in omaggio all’orientamento del Parlamento europeo che uscirà dalle elezioni di maggio. Juncker e colleghi potrebbero dare una lezione all’Italia per colpire uno ed educare cento: ad evitare che si moltiplichi la cura disinvolta dei conti pubblici. Essi potrebbero invece accettare un qualche compromesso al rialzo del famoso “numerino” per non spingere ai margini l’Italia, uno stato membro fondatore.

Con la manovra si è riproposto il tema dei tecnici al governo. Alcuni commentatori sostengono che i tecnici pagano l’orgoglio dell’intellettuale, che crede di sapere così tanto da insegnare ai politici.

Altri ritengono che i tecnici, nell’accettare un incarico politico, si fanno politici essi stessi e devono misurarsi  con la ricerca del consenso. Sullo sfondo per tutti si colloca l’appuntamento di primavera. La lunga marcia sta agli inizi.

 

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