Intrigo a Istanbul (di Cosimo Risi)

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Ci stanno tutti gli ingredienti perché John Le Carré scriva un romanzo dei suoi. Anzitutto il sito, la location per dirla coi cinematografari.

Istanbul è la città degli intrighi. Il suo essere a cavallo fra Europa e Asia, fra la cultura laica e occidentale ed il neo-islamismo di matrice asiatica  del partito unico al governo, la pone al crocevia di tutti gli intrighi.

Dai film di James Bond all’ultimo di Kenneth Branagh Assassinio sull’Orient Express. Agatha Christie soggiornò al Pera Palace Hotel per scrivere l’omonimo romanzo. Le chiese trasformate in moschee e poi adibite a musei. Il suk che sa di arabo e preferisce  le transazioni in dollari e euro perché la lira turca cede ogni giorno all’inflazione.

Nel cuore di Istanbul operano i vari Consolati, che una volta si sarebbe detto delle potenze amiche e riconosciute. Le sedi consolari e specie diplomatiche godono, dovrebbero godere, delle immunità garantite dal diritto internazionale.

Fra le immunità è quella della libertà di attività degli agenti e del rispetto della corrispondenza. Le bolgette diplomatiche sono, dovrebbero essere, intangibili, al pari delle conversazioni private. Fra i vari Consolati spicca quello di Arabia Saudita, con il simbolo delle spade incrociate attorno alla palma.

Accade un giorno che il giornalista saudita dissidente Jamal Khashoggi si rechi al Consolato del paese di origine per ottenere il certificato di divorzio.  Intende sposare in seconde nozze la giovane fidanzata della quale s’è istantaneamente innamorato.

La differenza di età lo spinge alla sollecitudine. Prende appuntamento col Console, prima avverte la fidanzata che, se non dovesse uscire per tempo, di allertare un consigliere del Presidente turco Erdogan.

Le telecamere di sorveglianza lo inquadrano mentre entra nel Consolato, non lo inquadrano in uscita. Qui comincia il mistero. I turchi sostengono di avere la registrazione di una colluttazione all’interno dell’edificio, di urla, pestaggi, forse un assassinio. Khashoggi uscirebbe dal Consolato sotto forma di spezzatino. Le varie sezioni sarebbero nascoste nel bagaglio diplomatico di vari personaggi, probabilmente i sicari, per essere sistemate a bordo di due aerei privati che portano il carico dei vivi e forse del defunto a Riad.

I turchi dichiarano di avere la registrazione, ma sono reticenti circa i modi in cui l’hanno ottenuta. Se sono stati loro a registrare, significa che hanno violato l’intangibilità della sede consolare commettendo un illecito internazionale. Ecco perché si accredita la tesi che l’orologio di Khashoggi, un moderno iwatch, avrebbe trasmesso in diretta all’icloud della fidanzata.

Su questo punto, come verosimilmente su altri dell’intrigo, non sapremo la verità. La commissione mista d’inchiesta turco – saudita, se mai arriverà a conclusioni, non le rivelerà al grande pubblico. Le vicende di questo tipo non hanno un fine lieto né chiaro.

L’intrigo istanbuliota ha un impatto politico. Chiama in causa anzitutto l’Amministrazione americana. Il Presidente Trump è incalzato dai parlamentari, anche repubblicani, e dai media perché faccia chiarezza. Il Washington Post è in prima linea. E’ il giornale della capitale celebrato da Steven Spielberg in The Post come araldo della trasparenza, Khashoggi era fra i suoi collaboratori.

Trump ha fatto dell’asse sunnita – israeliano il fulcro della politica mediorientale, contro il comune avversario sciita, l’Iran, ed i suoi sodali in Iraq, Siria, Libano. L’Arabia Saudita sta al centro del disegno americano. Il Principe ereditario Mohammad Bin Salman, finora accreditato di un moderato riformismo, potrebbe essere l’ispiratore del caso Khashoggi, il che lo metterebbe in difficoltà presso l’alleato americano.

Cosimo Risi

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