Site icon Salernonotizie.it

Another Brick in the Wall (di Cosimo Risi)

Stampa
Another Brick in the Wall, un altro mattone nel muro, è la canzone culto dei Pink Floyd. La dedica era alla segregazione razziale, poi fu estesa al Muro per eccellenza dell’epoca (1979),  quello di Berlino.  Adoperare il titolo di una canzone per un caso diverso può sembrare un forzatura stilistica.

Eppure l’Italia si sta avvicinando al muro: allo scontro frontale con le istituzioni europee sulla manovra di bilancio.  L’espressione “cozzare contro il muro” è della stampa quotidiana che commenta il diniego (finora) di Jean-Claude Juncker di ricevere Giuseppe Conte prima della riunione della Commissione che avvierà la procedura d’infrazione.

Le agende dei vertici politici sono sempre fitte e la motivazione che Juncker non avrebbe spazio per Conte è plausibile. Se il diniego resta ed i due si incontreranno solo a margine del vertice di domenica su Brexit, significa che la Commissione ha già deciso che la procedura sarà avviata e che nessun margine può esserci lasciato nella fase di elaborazione.

A meno che la delegazione italiana non vada a Bruxelles con la promessa di rivedere al ribasso  le previsioni di spesa e dunque il tasso programmato di deficit. Tale promessa implicherebbe la rinuncia ad alcune misure “popolari” del contratto di governo (reddito di cittadinanza, revisione della legge sulle pensioni).

La Commissione è tetragona nella sua fermezza? Il Governo italiano lo è altrettanto nei propositi di cambiamento? La partita come sempre a Bruxelles è degna del tavolo da gioco d’un casinò. In premessa le parti si dichiarano sempre ferme nelle loro posizioni, enunciano quella che in diplomazia si chiama la red line, la linea rossa da non superare. Con il procedere del gioco la linea rossa può muoversi verso una minore intransigenza e la partita si chiude in pareggio.

Lo scenario è probabile, sempre che le parti siano interessate al compromesso e non alla rottura. Le spinte a rompere sono tenaci in ambedue i fronti. La Commissione è pressata dalle regole che è chiamata a custodire. Non lo facesse, perderebbe di credibilità specie nei confronti degli stati membri rigoristi. Fra loro i governi sovranisti cui il nostro guarda con simpatia per la comune politica verso gli immigrati. Austria e Ungheria premono per il rigore di bilancio vantando ambedue i conti in ordine e temendo il contagio italiano.

A differenza della Grecia, il dissesto finanziario italiano avrebbe conseguenze letali sulla tenuta dell’euro e dunque sui conti austriaci e ungheresi e non solo. Nello schieramento politico italiano vi sono forze che vorrebbero fare della rottura con l’Europa la bandiera da agitare alle elezioni di maggio. Lo slogan è già pronto:  le élites europee non ci lasciano governare nell’interesse del popolo.

Vi sono lezioni da trarre da questo negoziato in crescendo, perché negoziato sarà quali che siano le dichiarazioni della vigilia. La prima è che uno stato membro fondatore si trova sul banco degli accusati da parte di istituzioni che esso stesso creò nel 1957 e di partner che neppure erano considerati a quel tempo.  La seconda è che la Commissione Juncker si gioca le ultime carte di prestigio prima di cedere il passo a quella che verrà dopo le elezioni.

Al centro della partita si colloca l’asse franco – tedesco. La Francia ha vari motivi di incomprensione con l’Italia e preferisce tenere un profilo basso sul caso finanziario. La Germania si pone al centro, pronta a smussare. Angela Merkel annuncia che lascerà la guida del partito, e forse della Cancelleria, nel 2020. Non vorrà che l’uscita di scena avvenga sulle scorie della battaglia con un partner fondatore. Germania e Italia sono le nazioni perdenti della Seconda Guerra Mondiale che optarono per settanta anni di pace e libertà.

Exit mobile version