Ass. ‘Io Salerno’: Il Cilento, questo sconosciuto – Atto terzo

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 (da Mercoledì 21/11/2018)

Ci piace immaginare che, dopo i due precedenti commenti, il territorio Cilentano sia oggi meglio conosciuto, almeno nella sua fascia costiera. Della quale abbiamo lungamente parlato.

E ci piace immaginare, poi, che sia divenuto più chiaro anche il nostro pensiero sulla necessità di utilizzare “modalità diverse e complesse” per lo sviluppo dell’intero comprensorio.

Fin qui, però, le nostre riflessioni sono ancora parziali.

Manca, infatti, la conoscenza del Cilento interno e, con essa, quella dei differenti processi evolutivi tra l’area “meno fortunata”, a monte, e quella  “privilegiata”, a mare, nonché delle cause all’origine dello stato psicologico di profonda rassegnazione che i residenti all’interno vivono fin dai tempi dell’Unità d’Italia. Centocinquanta anni fa.

Ci .proviamo, .con il ridotto spazio a disposizione.

Il Cilento interno, nella complessità della sua morfologia, è un territorio di grande interesse paesaggistico nel quale la natura esprime tutta la sua creatività ed assume il ruolo di vera e incontrastata protagonista.

I centri abitati, spesso isolati e talora in abbandono, ma tutti ricchi di storia, di tradizioni e di cultura contadina, sono incastonati tra il verde di monti impervi e di morbidi declivi, tra boschi e strette pianure fluviali, offrendo l’immagine di un ambiente agreste sostanzialmente immutato ove la vita rimane ancora regolata dai cicli delle attività agricole e dai rintocchi delle campane.

Se gli scenari interni sono alquanto diversi rispetto a quelli della costa, non cambiano però le caratteristiche dei residenti. Forti e duri, accorti e prudenti, chiusi e diffidenti, ma forse più semplici, schietti e genuini, nei Cilentani di “dentro” si ripropongono gli stessi comportamenti personalissimi già visti per quelli di “mare” e le medesime contrapposizioni localistiche inopportune e, talora, incomprensibili.

Tuttavia, ciò che “discrimina” profondamente le due aree è la diversità delle prospettive di vita e di sviluppo.

Sulla costa, le attività commerciali estive, per quanto “a tempo”, sono fonte di reddito e di ricchezza, mentre nei territori montani, esclusa la più vivace cittadina di Vallo della Lucania con la ”corona” di paesini intorno, le tradizionali occupazioni nella silvicoltura, nell’allevamento e nelle produzioni agricole non alimentano significative opportunità di guadagno.

Eppure, le speranze per un futuro migliore si materializzarono contemporaneamente nell’intero territorio, agli inizi degli anni ’70, con l’avvio del turismo balneare, da una parte, e, dall’altra, con la fine di un lunghissimo isolamento grazie al completamento del tratto Agropoli-Vallo della strada a scorrimento veloce nota come “Cilentana”, Dopo 30 anni di lavori. Ne sono stati necessari quasi altrettanti per portarla fino a Sapri.

Mentre, però, sulla costa, il turismo apportava “consumatori”, si auto-alimentava e rilasciava vantaggi senza chiedere alcun impegno particolare ai residenti, la “Cilentana” procurava esclusivamente una riduzione dei tempi “biblici” dei viaggi assegnando ai nativi il compito di rendere proficuo il maggiore dinamismo anche con l’avvio di nuove iniziative produttive.

Nulla è avvenuto di tutto questo e le molte imprese, talune di tipo Cooperativistico, create nei primi anni sotto la spinta di un evidente entusiasmo, hanno avuto in massima parte un esito infelice.

In realtà, l’ambiente si è manifestato impreparato e inidoneo per insediamenti industriali di qualche rilievo, di fatto, ancora oggi, inesistenti, e, a distanza ormai di oltre 40 anni, possiamo dire che le uniche beneficiarie della “superstrada” sono state le attività artigianali e commerciali legate alle produzioni locali ubicate in prossimità degli svincoli.

Oltre alle vendite dirette, nei mercati domenicali, degli ortaggi, delle uova e dei formaggi da parte dei contadini di qualsiasi provenienza.

In sostanza, le aree più interne non sono state neppure sfiorate dal “nuovo” e tuttora risultano servite da un impianto stradale risalente ai tempi dei Borbone. Salvo qualche piallatura, o qualche limatura, di un dosso o di una curva.

Manca, ad esempio, un collegamento est-ovest con il Vallo di Diano. La tanto attesa “fondovalle del Calore”, avviata 40 (quaranta) anni fa, è l’ultima promessa che speriamo non sia destinata a diventare un ulteriore sogno insoddisfatto.

E mancano anche le opere di manutenzione per la gran parte delle strade ordinarie.

Da almeno 8 (otto) anni è chiuso il tratto della SP 342 tra Roscigno e Sacco e resta interdetta da 3 (tre) anni la SP 12 tra Ottati e Castelcivita. Sono i casi più eclatanti. Ma, anche se percorribili, non sono certo agevoli i tratti di montagna tra Trentinara, Magliano e oltre, o i Passi della Sentinella e del Corticato, o dell’area del Calore, o del “bosco” tra Campora e Vallo, o tra Valle dell’Angelo, Piaggine, Laurino e Rofrano, o della “colombara” tra Futani e Foria. Solo per fare qualche esempio.

La viabilità del Cilento interno è un vero disastro ed è la causa principale del suo arretramento.

E’ veramente necessario un “Ministero della Montagna” per riparare qualche strada, come recentemente chiesto da un politico locale?

Stupisce, in tutto ciò, la “serenità” della popolazione, espressa da una “rassegnata accettazione” della realtà accompagnata dalla egualmente “rassegnata accettazione” del “naturale abbandono” di questa terra da parte dei giovani la cui presenza, a breve, si manifesterà con la stessa frequenza di una cometa.

La rassegnazione dei Cilentani interni è parte integrante del loro dna.

Così, se per il futuro della costa si può dire qualcosa, per quello delle aree interne sembra ci sia ben poco da dire visto che, pure d’estate, esse vivono solo per i “ritorni per ferie” di quelli che andarono via per lavoro. Oltre a qualche sparuto gruppo di amanti della natura e di turisti per qualche “sagra” o festa di paese o per il “mare grosso” in una giornata di pioggia. Poco altro.

Sembrerebbe una situazione disperata e disperante. Una malattia impossibile da guarire.

Eppure, noi pensiamo si possa fare qualcosa. Lo vedremo nel prossimo commento.

Anche il Cilento ha bisogno di amore.

 

e.mail: associazione.iosalerno@gmail.com

pagina fb: Associazione io Salerno

(Mercoledì prossimo parleremo del futuro del Cilento)

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2 COMMENTI

  1. A inizi anni Duemila, esisteva un bel portale, se non ricordo male realizzato da XCOM, dedicato agli agriturismi che in Cilento improvvisamente nascevano come funghi. Diversi di questi ancora esistono, ma il portale non c’è più. Tuttavia, quello che volevo dire è che, se c’era un portale, ci deve essere stato qualcuno che a livello politico (finanziario, ecc.) ha creduto nella possibilità per il Cilento di diventare turisticamente più attraente, anche in zone più interne.

    Quanto alla rassegnazione, essa regna sovrana in tutta la regione, purtroppo, anche in aree insospettabili.

  2. Davvero vergognoso l’isolamento del Cilento interno, con strade mai rimodernate da oltre un secolo. Tutto questo per la scarsa platea elettorale dei suoi abitanti, poco appetibile a una politica che regola i suoi interventi in proporzione ad essa. Il risultato è il lento spopolamento, per allontanamento delle nuove generazioni in cerca di lavoro, visto che il territorio, ricco di valori paesaggistici, non ha una struttura economica sufficiente al sostentamento, se non l’ agricoltura patriarcale. Mancano nella mentalità individualistica, concetti di aggregazione delle risorse, di cooperazione. Le amministrazioni locali si limitano a gestire l’esistente, viste le scarsissime risorse di cui dispongono e, raramente sono motori di iniziative culturali ed economiche. I giovani, che studiano altrove già dalle Scuole Secondarie, riportano in paese solo gli aspetti più deleteri della società attuale, contaminandola negativamente, mentre rifuggono dalla vita paesana, basata sulla dilatazione dei tempi e il susseguirsi dei ritmi naturali. Anche la struttura architettonica dei centri, è sfregiata da urbanizzazione senza alcun piano di rispetto ambientale dell’esistente. Insomma questi centri sono vivibili solo a patto di visitarli per qualche ora, o esserci nati, o villeggiarci una settimana, se pure si trova qualche struttura ricettiva.

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