Sui luoghi di Bernardo Bertolucci (di Cosimo Risi)

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Bisogna essere almeno diciottenni per entrare al Cinema Metropol dove danno Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci.  Il film è accompagnato dalle  polemiche.

I commenti, ed il ricordo del suo precedente lavoro Il conformista, ci spingono a vederlo subito. E’ facile prevedere che la censura del 1972 lo colpirà in nome del “comune senso del pudore”.

Del film ti colpiscono i colori ambrati di Vittorio Storaro ed il sax struggente di Gato Barbieri. Parigi è avvolta nella luce di un tramonto senza sole. Marlon Brando la percorre con il cappotto di cammello sbottonato, i capelli scompigliati, l’aria dolente. Maria Schneider è giovane, bruna, scapigliata: figlia della cultura sessantottina che a Parigi ha conosciuto l’esordio. Ce n’est q’un début, continuons le combat, non è che un inizio, continuiamo la lotta. Scandiamo lo slogan all’università, il francese è semplice, lo pronunciamo in maniera corretta.

Le scene di sesso sono stilizzate e silenziose,  seguono un rituale noto solo ai protagonisti, che non si chiamano ignorando l’uno il nome dell’altra. Il film è sequestrato, la pellicola messa al rogo, Bertolucci interdetto dai pubblici uffici. Funzionasse l’Inquisizione, gli  strapperebbe la confessione passandolo alla ruota. Soltanto nel 2018 la pellicola è proiettata nelle sale nella versione integrale e rimasterizzata.

A distanza di decenni appare datata nelle scene legate all’attualità. Restano la consunta bellezza di Brando e l’impudente freschezza di Schneider. Fino alla morte prematura, Maria accuserà Bertolucci di averla costretta a girare le scene forti con l’inganno, quelle scene le spezzeranno la carriera anzi tempo. Non è del tutto vero: nel 1975 Michelangelo Antonioni la dirigerà in Professione: reporter accanto a Jack Nicholson.

Il successo di Ultimo tango spinge Bertolucci a girare il kolossal Novecento nella terra natale, la Bassa Parmense. Il cast è stellare: Robert De Niro e Gerard Depardieu si incrociano con Stefania Sandrelli. I divi recitano da padrone e sindacalista nelle lotte contadine e socialiste del Novecento.

Bertolucci, comunista con la tessera del PCI, pensa di avere diretto il film del Partito: di rappresentare nel cinema quello che Renato Guttuso rappresenta nella pittura. Si sbaglia. Alcuni dirigenti criticano la sceneggiatura perché poco rispettosa delle lotte contadine e perché espone certi lati oscuri della Resistenza. Non corre ancora la storiografia revisionistica, che vuole la Resistenza come contrapposizione di bande armate nella guerra civile d’Italia.

La Bassa Parmense di oggi somiglia a quella del film. I contadini sono agricoltori ed allevatori che producono i simboli del territorio: il parmigiano reggiano e il prosciutto. La pianura è sempre offuscata dalla nebbia, il toccasana del culatello. Spuntano le fabbrichette accanto ai poderi. Le auto ed i treni ad alta velocità percorrono la campagna. L’adesione al socialismo si disperde nei rivoli della contestazione alla sinistra tradizionale. Bertolucci fatica a riconoscere il mutamento genetico e politico.

Con l’Ultimo imperatore fa incetta di Oscar ed ottiene il riconoscimento internazionale. Diventa uno degli italiani che ci fanno riconoscere  con il marchio della somma qualità. Le sue battaglie ideali sembrano di retroguardia. La malattia lo costringe in carrozzella. Si batte contro le barriere architettoniche a Trastevere, il quartiere radical di Roma quando non imperversano i turisti della movida. Si professa di sinistra fino all’ultimo.

Con lui scompare l’ultimo grande intellettuale organico, il regista capace di coniugare ideologia e arte, di piacere al pubblico sofisticato ed al pubblico semplice, di dirigere gli attori internazionali e  le comparse della Bassa.

Oggi che sfregiamo la sapienza il suo lascito cinematografico è il migliore antidoto all’ignoranza.

Cosimo Risi

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