L’esonero di José Mourinho e la partita del bilancio (di Cosimo Risi)

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Il Manchester United ha esonerato José Mourinho da allenatore della squadra. Mourinho decade da Special One (lo Speciale) a Special Once (lo Speciale un tempo). E’ la prima volta nella sua stellata carriera che conosce l’esonero in corso. Ha perso la motivazione – dicono i dirigenti dello United.

Ha i capelli precocemente imbiancati dal livore – dicono i giornalisti. Tutti, tranne i tifosi dell’Inter, gioiscono malignamente alla decisione: troppe battaglie verbali, quelle di Mourinho con l’universo mondo, per risultare simpatico e meritare comprensione nell’ora del trapasso calcistico.

La sua precoce pensione, senza attendere la quota 100 della riforma della Fornero, sarà confortata dalla buonuscita che riceverà dagli inglesi: la somma è tale che non dovrà tornare nel natio Portogallo dalle agevolazioni fiscali per i pensionati “normali”. Montecarlo sarà probabilmente il suo buen retiro, se non sceglierà la global Londra di Brexit..

Da una favola di Fedro e da questa storia ci sta una piccola morale da trarre: semini vento e raccogli tempesta. L’adagio sarà ignoto a certi nostri governanti per avere fatto della manovra finanziaria la battaglia della vita con Bruxelles. Hanno trasformato il normale esercizio di ogni autunno in una contesa su chi governa i conti del paese. La contesa era destinata a concludersi nel modo in cui si è conclusa: con il compromesso.

L’intesa è necessaria  alle parti. All’Unione perché non può perdere un pezzo importante della zona Euro come l’Italia. All’Italia perché non può perdere altri soldi con lo spread alla sola minaccia della procedura d’infrazione. Questi erano i termini del negoziato sin dalle prime battute.

Nel sistema integrato della moneta unica qualsiasi manovra in un punto si riverbera altrove e mette a rischio la stabilità complessiva. Lo stesso accadrebbe a posizioni rovesciate. Si ponga il caso di uno squilibrio tedesco: l’Italia in testa ne risentirebbe e chiederebbe a Bruxelles di controllare i conti di Berlino.

La propaganda ha volutamente oscurato alcuni dati. La sovranità finanziaria degli stati membri è limitata dall’esigenza di mantenere il sistema in equilibrio. In quanto custode dei Trattati sull’Unione europea, la Commissione è chiamata ad arbitrare la partita. Dalla Commissione ci si aspetta la neutralità dell’arbitro imparziale. Stessimo in un campo di calcio, potremmo ricorrere al VAR. Lo strumento non esiste nell’armamentario dell’Unione, la neutralità va perciò presunta.

La Commissione è un’istituzione politica, in quanto europea non può che condurre una politica europeistica. Questo è il profilo che insospettisce i sovranisti – nazionalisti d’Europa. Nella campagna per le elezioni di maggio essi si sentono minacciati dalla concorrenza proveniente da Bruxelles. La concorrenza fa parte del gioco,  in qualsivoglia parte del mondo  un’istituzione tende a conservare se stessa. La Commissione non può che essere leale al datore di lavoro: l’Unione europea, e cioè il complesso dei suoi stati membri.

Ora che la contesa si è chiusa con un compromesso di cui peraltro il Parlamento ignora  i dettagli fino all’ultimo, possiamo tirare un sospiro di sollievo. La nostra esposizione internazionale è più tranquilla che nei giorni passati, i mercati ci accordano una tregua in attesa di capire se attuiamo la manovra.

Come non bisognava presentare un normale negoziato alla stregua di una battaglia, così oggi non si può presentarne l’esito come un cedimento o, peggio, una resa allo straniero. Il quadro europeo è parte del nostro ordinamento dal 1957. L’intesa con Bruxelles non umilia, prova la tenuta del tessuto comune.

Cosimo Risi

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