Brexit: what a mess! Che pasticcio! (di Cosimo Risi)

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Dopo due anni e mezzo dal referendum, a due mesi dalla scadenza di marzo 2019, non sappiamo se il Regno Unito esce dall’Unione né quando né come. Anni di trattative andate in frantumi sullo scoglio del voto ai Comuni, largamente contrario alla bozza d’accordo presentata da Theresa May. La Premier si salva dal voto di sfiducia e vola a  Bruxelles a chiedere comprensione ai partner.

Che trovino, i vituperati eurocrati, la  formula di compromesso all’insegna dell’ambiguità costruttiva: scrivere qualcosa che abbia un certo significato a Londra ed un altro nelle ventisette capitali. Che anzitutto accordino la proroga alle trattative oltre la scadenza di marzo. Si parla di un rinvio a luglio, cui la vera leader d’Europa, la Cancelliera tedesca, sarebbe ben disposta pur di venire a capo dello psicodramma britannico.

Si trattasse di un altro stato membro, ne leggeremmo delle belle sulla grande stampa internazionale. Poiché è in massima parte pubblicata nel Regno Unito, mantiene un austero autocontrollo senza troppo infierire. May avrebbe voluto essere l’epigona di Margaret Thatcher, si accontenta di essere la successora di David Cameron, non proprio uno statista memorabile.

E dire che dalle file dei Conservatori vennero Winston Churchill e Edward Heath: il primo vinse la Guerra e lanciò l’idea degli Stati Uniti d’Europa, il secondo portò il Regno Unito nella Comunità Economica Europea vincendo lo scetticismo dei sudditi di Sua Maestà e dei cittadini del Generale Charles de Gaulle.

Il nodo del contendere pare essere quello della frontiera fra l’Irlanda del Nord (Regno Unito) e la Repubblica d’Irlanda. L’assenza di barriere fra le due parti dell’isola entrò nel pacchetto per risolvere la guerra civile fra protestanti e cattolici dell’Ulster. Ricostruire la barriera porterebbe una ferita a quell’accordo.

I nodi sono molteplici. Il primo riguarda l’arretramento dell’economia britannica al solo annuncio del recesso. La sterlina perde colpi rispetto all’Euro, le banche lasciano la City, le fabbriche trasferiscono altrove le produzioni per non incorrere nei prevedibili dazi europei.

Da sistema aperto per eccellenza, quello britannico rischia di chiudersi in una sorta di autarchia, cui non sovviene l’aiuto americano. Gli Stati Uniti della Presidenza Trump seguono l’obiettivo  America First, sono poco interessati alle vicende europee, guardano ai due attori globali, Cina e Russia, come ai veri interlocutori della partita geo-politica.

Una soluzione si troverà nelle pieghe dell’immaginifico lessico europeo. Lo stesso che fu fra i motivi dei Brexiters quando gridavano di riprendere il controllo delle proprie politiche. Tony Blair adopera  la parola “menzogna” per bollare la loro propaganda. Vede in un secondo referendum la sola via d’uscita al pasticcio. Non vi sarebbe onta nel rivedere il giudizio del 2016, sarebbe la saggia valutazione che stare in Europa è più facile che uscirne. Brexit è una partita lose – lose: una perdita per tutti.

La lezione britannica serve a quanti la fanno facile sull’ipotesi di recedere dall’Euro se non dall’Unione. La massima parte dei nostri scambi avviene in Europa e segnatamente con  la Germania.  Diversificare gli sbocchi non è viabile.

A Berlino, il Presidente Mattarella trova la formula giusta per definire l’Unione: non è un comitato d’affari, è una comunità di valori. Il Presidente Steinmeier  replica che l’eventuale recesso del Regno Unito renderà più importante la posizione dell’Italia nell’Unione.

La Cancelliera Merkel  ricorda il suo personale ruolo per tirarci d’impaccio nella partita del bilancio. La cooperazione fra Roma e  Berlino non è solo utile, è essenziale per la zona Euro. Accada quel che accada a Londra.

Cosimo Risi

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