La politica estera la cerco e non la trovo (di Cosimo Risi)

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Accade che la politica estera sia trattata negli studi televisivi ed a bordo dei social media, di preferenza Facebook che consente anche le riprese dal vivo.

L’obiettivo è bloccato, la voce suona metallica, l’effetto è reso intrigante dall’abbigliamento del dichiarante.

Che sia ministro di governo o parlamentare o passante per caso, costui è sempre abbigliato casual, di preferenza una felpa con o senza cappuccio levato, scarpe da ginnastica mai adoperate per l’uso dichiarato dal produttore, la camicia sbottonata sul collo,  la cravatta aborrita come reliquia di un ignobile passato.

Qualcuno oppone ai video la foto in bianco e nero di Aldo Moro che accompagna la figlia in spiaggia. Lo statista pugliese è vestito di tutto punto alla moda dell’epoca: grisaglia, camicia bianca, cravatta, scarpe di cuoio. E dire che il mare di Puglia è caldo quando è caldo.

Gli statisti social espongono le linee con fare sorridente o veemente secondo i casi econ la noncuranza di uno che invita alla festa di compleanno. Circolava una battuta fra i diplomatici d’annata: la vera prova per chi si cimenti con la politica estera è il confronto con Sergei Lavrov.

Chi è Lavrov, è facile desumerlo dalle immagini del Cremlino. E’ il signore cogli occhiali seduto alla destra di Vladimir Putin, che ha alla sinistra Sergei Shogu. Il Presidente, il Ministro degli Esteri ed il Ministro della Difesa della Federazione Russa sono ripresi mentre rispondono alla denuncia americana dell’accordo sui missili nucleari a media gittata: quelli aventi  l’Europa a bersaglio.

Lavrov veste in giacca e cravatta, parla un inglese fluente avendo trascorso buona parte del precedente servizio diplomatico negli USA, è considerato l’esperto per eccellenza delle relazioni internazionali. E d’altronde, per restare così a lungo nella stanze del potere moscovita, qualche qualità deve averla. Probabilmente non ha il profilo FB.

Accade che un Sottosegretario agli Esteri dichiari in senso opposto al suo Ministro poco dopo che questi ha indicato che la linea italiana è allineata all’europea sul Venezuela. L’Unione invoca nuove elezioni presidenziali sostenendo la protesta di Guaidò, la delegazione italiana a Bruxelles si associa, il Sottosegretario si dissocia, la delegazione italiana resta la sola nel dilemma fra Guaidò e Maduro. Di regola il Sottosegretario sarebbe privato delle deleghe. Il caso passa sotto silenzio.

L’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa nota che la Ministra della Difesa ritiene di non avere l’obbligo di informare il collega degli Esteri circa la decisione di avviare il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Il Generale di alto rango ci rammenta che il dettato costituzionale pone la politica militare sotto l’egida della politica estera. Una decisione di tale portata andrebbe presa collegialmente dal Governo.

L’ordine della Ministra non andrebbe volto direttamente al Comando Operativo Interforze ma canalizzato tramite il Capo di Stato Maggiore della Difesa. Sembrano puntigli, in realtà sono gli elementi fondanti della disciplina. La catena gerarchica si rispetta sempre e comunque, altrimenti le forza armate agiscono a casaccio o, peggio, fuori dalle strategie di politica estera.

Non spetta qui valutare se le decisioni su Venezuela e Afghanistan siano congrue. La valutazione di merito andrebbe sviluppata in seno alle Camere. Possiamo però concludere che la grammatica istituzionale non è una formula di cortesia quando si toccano gli interessi vitali. A giocare con le regole di politica estera e di difesa rischiamo di farci del male.

Cosimo Risi

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