Studio dell’Universita’ di Salerno conferma il legame tra udito e cervello

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Comunicare con gli altri per chi ha un disturbo uditivo è come leggere senza occhiali per un miope: praticamente impossibile. Il World Hearing Day 2019, che si celebra in tutto il mondo domenica 3 marzo, pone l’accento sullo stretto intreccio tra udito e relazioni sociali, sottolineando la necessità di controllare periodicamente le proprie funzioni uditive per mantenere una vita sociale attiva. Un tema di forte attualità considerando che nei prossimi 30 anni, entro il 2050, le persone con un calo dell’udito raddoppieranno e dai 466 milioni di oggi arriveranno a 900 milioni.

La centralità dell’udito nella comunicazione interpersonale è confermata anche da un recente studio italiano pubblicato su “Human Brain Mapping”: il deficit uditivo, anche non grave, si associa ad una riduzione del metabolismo cerebrale proprio dove si origina la percezione uditiva[1].

Ciò significa che un disturbo dell’udito non solo rende difficile “afferrare” le parole dette dagli altri, ma anche comprenderne il significato con un impatto pesante a livello sociale edemotivo. Oltre 8 persone su 10 ritengono infatti che la perdita di udito abbia effetti negativi sulla propria qualità di vita[2]; inoltre un udito non trattato accresce la probabilità di demenza (+21%) e, negli uomini, di depressione (+43%)[3].

In occasione della giornata mondiale, gli esperti italiani diffondono il piccolo vademecum “Proteggi l’udito, comunica meglio” che,  promosso da Amplifon, raccoglie i consigli per prendersi cura del proprio udito e mantenere così una vita sociale attiva.

La conferma italiana. Quando comunichiamo con gli altri, l’udito e cervello collaborano attivamente tra di loro: il suono delle parole viene “sentito” nellacorteccia uditiva e “compreso” da un punto di vista semantico e cognitivo in altre aree del cervello. Lo stretto legame tra udito e cervello è stato confermato anche da un recente studio italiano.

Attraverso tecniche di brain imaging, la ricerca ha dimostrato come i problemi uditivi creino dei danni metabolici alle vie uditive centrali situate nel cervello a causa di un minore afflusso di sangue.

Ciò si traduce in alterazioni del network neurologico, che a loro volta possono portare a difficoltà di comprensione del significato delle parole ed esporre al rischio di patologie come demenza e Alzheimer.

“Gli studi scientifici non lasciano molti dubbi: non sentiamo solo con le orecchie, ma anche con il cervello, attraverso le vie uditive centrali situate nel lobo temporale. Si tratta di aree cerebrali che hanno un impatto sia sugli aspetti quantitativi dell’udito, sia su quelli qualitativi ossia di comprensione del discorso.

Ciò significa – afferma Ettore Cassandro,Professore Ordinario di Otorinolaringoiatria e Direttore del Dipartimento Testa-Collo, Università degli Studi di Salerno e Past President della Società italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale – che un calo di udito può tradursi in difficoltà a comunicare con gli altri, problematiche che a loro volta possono causare la comparsa di depressione o, in casi più estremi, di patologie neurologiche come la demenza o l’Alzheimer”.

Non soprende quindi chepiù di 8 individui su 10 confessino come la propria perdita uditiva abbia effetti negativi sulla qualità di vita2 e come un udito non trattato accresca la probabilità di demenza (+21%) e, negli uomini, di depressione (+43%)3.

Proteggere l’udito per comunicare meglio. Se la scienza conferma l’importanza di prendersi cura del proprio udito per comunicare efficacemente con gli altri, mantenersi attivi e prevenire alcune patologie, i numeri mostrano come ci sia ancora molto da fare per mettere un freno ai disturbi uditivi. Si stima infatti che nel2050 le persone con un calo dell’udito toccheranno quota 900 milioni contro i 466 milioni attuali.

“Oggi siamo esposti a numerose situazioni che possono mettere a rischio il nostro udito. Per prevenire la comparsa di un problema – commenta  Cassandro –  è bene seguire piccoli accorgimenti come usare gli auricolari solo per periodi di tempo limitati, tenere una distanza di sicurezza da fonti di rumore come altoparlanti e controllare periodicamente il proprio udito.

In caso di un calo uditivo, comprovato da un test dell’udito professionale, è fondamentale intraprendere un percorso clinico di riabilitazione guidato dall’otorinolaringoiatra o dall’audiologo, in sinergia con l’audioprotesista, personalizzato in base alle cause e alla possibile evoluzione del disturbo, sfruttando quando necessario le potenzialità dei device acustici di ultima generazione.

Oltre a essere praticamente invisibili, questi dispositivi sfruttano le ultime tecnologie per consentire un recupero dell’udito sia quantitativo, sia qualitativo, garantendo inoltre alte performance”.

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