L’Europa che cambia: parte terza (di Cosimo Risi)

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Il fronte europeista esce dal silenzio e batte i colpi.  Aveva un profilo così basso che si stentava a riconoscerne l’esistenza.

La crisi finanziaria l’aveva stordito e, con essa, la risposta tutta austerità  venuta dalle capitali del Nord e dalla Commissione. Il divario fra le esigenze della popolazione, adoperata come cavia di esperimenti finanziari (Grecia), e i dettami della Troika era tale che la sfiducia verso Bruxelles era cresciuta a dismisura.

Si offuscavano i vantaggi che l’integrazione europea aveva arrecato al Continente: non ultimo quello di settanta anni di pace, un inedito nella nostra storia. Nessuno che valorizzasse la motivazione che i giurati del Nobel avevano pubblicato a sostegno del Premio all’Unione: avere reso la guerra non solo impossibile, addirittura impensabile. E’ la logica del sazio che ignora l’affamato. La cittadinanza europea era così sazia che la minaccia al benessere andava addebitata alle istituzioni europee e non al groviglio di circostanze e interessi che avevano generato la crisi.

Il silenzio è rotto da alcune mosse controcorrente. Nell’intervista alla RAI, il Presidente francese, lungi dal mostrare angoscia per i gilet gialli, ribadisce  la tenuta dell’amicizia italo – francese contro ogni dubbio, fino ad ignorare i tentennamenti sul corridoio ferroviario Lione – Torino. Nel diritto internazionale vige la clausola “pacta sunt servanda”: essendo latino e non inglese, si può considerarla “outdated”. A rafforzare l’unione fra i due paesi interviene  l’anno leonardesco, del Genio rinascimentale che gli unì nel Cinquecento. Ne è simbolo lo scambio dei quadri fra i rispettivi musei. Non la Gioconda né l’Adorazione dei Magi: sono inamovibili.

Il PPE si accinge ad espellere Fidesz del Premier ungherese Orbàn:  per le posizioni anti-europeiste e le violazioni dello stato di diritto. Il PPE intende così ribadire la centralità nello schieramento politico a Strasburgo e la fede di lungo corso nel processo d’integrazione.

La battaglia politica si conduce attorno ed all’interno dei Popolari. Considerati l’ago della bilancia per il loro essere maggioranza relativa, sono contesi da varie parti. Uno spostamento verso destra o verso sinistra cambierebbe gli equilibri in seno al Parlamento e riguardo alla nomina della Commissione.

L’espulsione di Orbàn avrebbe conseguenze sugli equilibri italiani. Renderebbe impervia la marcia di avvicinamento della Lega al PPE e consegnerebbe a Forza Italia la sua legittimazione moderata, essendo FI membro della famiglia popolare. Decenni fa accadde lo stesso fra PCI e  PSI, essendo quest’ultimo il garante della coerenza occidentale dei Comunisti.

Il gioco europeo non si esaurisce nelle manovre di palazzo. Deve trasferirsi nelle strategie politiche. Il vero bersaglio deve essere la sensibilità della cittadinanza. Questa va rieducata all’amore per l’integrazione europea. Occorre infatti una dose di sentimento e di fede per resistere alla rinuncia. Il ripiegarsi su se stessi, sulle logiche nazionali, è un segno di disattenzione verso  quanto di grande ci circonda. Significa nascondere il capo sotto la famosa sabbia per non guardare al mondo se non attraverso il buco della serratura della rete e delle false notizie.

Macron, per tornare a lui, descrive l’Europa come un soggetto, e non un’isola, che si trova in mezzo a due giganti mondiali: Cina e Stati Uniti. Non menziona la Russia. Se vogliamo reggere al confronto, dobbiamo essere consapevoli della portata della sfida. Nessun singolo stato in preda al neo-nazionalismo (sovranismo) ce la farebbe da solo. La partita sarebbe persa in partenza.

Saremmo i tennisti della domenica a cospetto di  Roger Federer. Lo svizzero, al suo centesimo torneo vinto, è l’inarrivabile divinità di una religione pagana. L’Europa unita, e potenzialmente estesa alla Russia, può giocare la partita alla pari coi campioni.

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