La Libia e noi (di Cosimo Risi)

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ll generale Khalifa Belqasim Haftar è quel signore coi baffi, a volte fotografato nella divisa che indossava all’epoca del Colonnello ed a volte in abiti civili. Dismette la prima a favore dei secondi quando intrattiene i rapporti diplomatici con i maggiorenti del mondo, in cerca di appoggi alla sua azione per liberare la Libia dai terroristi.

Ai suoi comandi non si muove un vero esercito. Alcune migliaia di uomini, qualche mezzo corazzato, qualche aereo. Quanto basta per dare la caccia ai terroristi in Cirenaica, dove per terroristi si intendono i Fratelli Musulmani e le sigle che si raccolgono sotto Al – Qaeda e ISIS,  non per conquistare l’intero paese e tenerlo sotto scacco.

La Libia è enorme, il potere è frammentato in una miriade di milizie, il controllarle richiede ben altra potenza di fuoco.

L’incertezza sul piano militare spiega perché il generale cerchi la sponda politica presso i paesi che ne condividono gli interessi: che anzi lo eleggono a protettore dei loro.

L’Egitto si colloca in prima linea, non solo per la prossimità geografica alla Cirenaica, ma anche perché è a sua volta impegnato sul piano interno a contenere, con le buone o con le cattive, le forze islamiste, e cioè la principale opposizione al regime di Al – Sisi.

I finanziamenti giungono dal Golfo: Arabia Saudita e Emirati sostengono il Generale  con una certa generosità. Il Qatar sostiene invece Serraj, secondo il copione che vede schierati i paesi del Golfo su fronti opposti.

La sponda politica più importante per il generale si trova a Parigi, stando alle indiscrezioni circa i contatti che suoi emissari avrebbero avuto all’Eliseo prima di scatenare l’offensiva verso Tripoli. L’altra si trova a Mosca, che è costantemente impegnata nella partita mediterranea ora che gli Stati Uniti lasciano, o annunciano di lasciare, la scena agli attori locali.

Parigi smentisce che i contatti siano tali da configurare una qualche benevolenza all’attacco. Questo potrebbe risolversi in guerra civile con conseguenze nefaste per l’Europa.

Si pensi solo al traffico dei migranti, in questa ipotesi riguarderebbe anche i cittadini libici in fuga dalla guerra. Un’avvisaglia del fenomeno si è riscontrata a Lampedusa con lo sbarco di alcune decine di libici, subito minacciati di espulsione dal Ministro dell’Interno e prima di qualsiasi accertamento della nazionalità.

Ma si sa che in certi frangenti non conta il provvedimento quanto l’annuncio del provvedimento. L’elettorato stia tranquillo: i porti restano chiusi e chi buca la barriera sarà trattato da clandestino da rimpatriare.

Gli Stati Uniti sembrano i grandi assenti della partita. Il Maghreb non li interessa quanto il Mashrak, dove la riconferma di Netanyahu alla guida di Israele  li rassicura che la situazione è sotto controllo. Non vi saranno fuochi di guerra in Medio Oriente grazie all’abile politica del Primo Ministro.

L’Italia ha la priorità in Libia. Stenta ad affermarlo persino all’interno. Le comunicazioni del Presidente del Consiglio in Parlamento sono cadute in un’aula poco frequentata per produrre non un sussulto di unità nazionale ma voci dissonanti in seno allo stesso Governo. Tant’è che Palazzo Chigi ha istallato la classica cabina di regia coi Ministri interessati se non altro per avere una proiezione unica all’esterno.

La telefonata alla Cancelliera tedesca serve a tastare il polso della Germania e, tramite Berlino, della Francia. Se Italia e Francia non trovano un punto di convergenza, l’Unione europea non potrà intervenire con qualche credibilità. Gli appelli alla moderazione non si negano a nessuno. Altro è intervenire con tutto il peso, anche militare, che una situazione del genere richiederebbe.

La Libia, al pari di tutto il Mediterraneo meridionale, è mare nostrum. E non solo in senso retorico.

Cosimo Risi

 

 

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