Il Consiglio europeo fa tappa a Sibiu, Romania (di Cosimo Risi)

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Ha un che di circense, il Consiglio europeo, mentre si trasferisce dalla naturale sede di Bruxelles a Sibiu per rispondere all’invito del Presidente di Romania.

Klaus Iohannis ha un nome tedesco in quanto membro della comunità germanofona di Romania. Un signore alto, composto, popolare e europeista: così mi apparve, qualche giorno addietro,  alla riunione di Firenze intitolata State of the Union.

Ospite d’onore, fu intervistato – manco a dirlo – dal corrispondente della principale testata tedesca. Il circuito Germania – PPE – Europa centro-orientale funziona. A Bucarest non si agitano le pulsioni sovraniste di Budapest e Varsavia.

A Sibiu, i Ventotto discutono del futuro d’Europa e degli assetti delle istituzioni in scadenza. Formalizzeranno le decisioni nei vertici di fine maggio e metà giugno.

Con le elezioni del Parlamento europeo scadono i Presidenti della Commissione, del Consiglio europeo, della Banca Centrale Europea, nonché l’Alto Rappresentante per gli affari esteri. Il pacchetto di nomine  scatena legittime aspirazioni e inevitabili veti.

Per la Commissione, nel 2014, si seguì un metodo che si voleva democratico. A prevalere sarebbe stato il candidato del partito maggioritario. Fu perciò scelto Juncker in quanto candidato di riferimento del Partito Popolare, uscito appunto vincente dalle urne. Il suo rivale socialista, esponente del secondo partito in termini di voti, fu dirottato alla presidenza del Parlamento europeo.

Tale procedura non pare più gradita ad alcuni leader, fra i quali il Presidente francese. Essi argomentano che, alla stregua del Trattato, il Consiglio europeo nomina il Presidente della Commissione, avendo valutato l’esito del voto per il Parlamento ma senza esserne vincolato. E allora, anche se il PPE risultasse maggioritario, il suo candidato di riferimento alla Commissione, il tedesco Weber, non avrebbe la nomina in tasca. Riserve sul nome, sulla nazionalità, sul  curriculum?

Il dubbio non detto, eppure presente nella totalità dei dirigenti, riguarda il futuro della vera capa dell’Unione, la Cancelliera federale. Cosa farà da grande Angela Merkel? Se Angela sarà acclamata alla presidenza del Consiglio europeo (nel suo caso solo di acclamazione si tratterebbe), la  nomina impedirebbe quella di un tedesco al vertice della Commissione. Il codice non scritto in materia di nomine prevede infatti l’equilibrio di genere, nazionalità, appartenenza politica.

L’Unione continua ad essere legata alle intenzioni della donna più potente al mondo: nell’auspicio di molti che metta a disposizione del Continente la sua visibilità globale. E’ ritenuta la sola personalità europea che possa confrontarsi alla pari con Xi, Putin, Trump. L’Unione ha bisogno di un profilo esterno autorevole, quello di Merkel lo è.

E l’Italia? Il nostro paese sta per perdere la presidenza della BCE con Draghi e la responsabilità della politica estera con Mogherini. Deve indicare un Commissario: per il posto  il Governo si orienterebbe per un candidato idoneo ad un portafoglio economico. Gli ambienti romani ripetono che siamo una potenza manifatturiera con spiccati interessi ai temi industriali. Circolano alcuni nomi. Per il vincente si attende l’esito della tornata elettorale.

Il contratto di governo prevede che la casella spetti al partito della coalizione premiato dalle urne. Se  da sondaggi la Lega sopravanzerà il M5S, sarà il partito di Salvini a indicare il candidato. Questi dovrà ricevere l’avallo del Gabinetto, il gradimento del Presidente della Commissione, il consenso del Parlamento europeo.

Qualcuno ricorda il precedente di Rocco Buttiglione. Scelto dal Governo, fu bocciato dall’Assemblea di Strasburgo per certe sue opinioni morali prima che politiche. La nuova proposta andrà valutata con accortezza: ne bis in idem.

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