Dipendenza dalla tecnologia e qualità della vita (di Tont Ardito)

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Uno studio sulle dipendenze tecnologiche ha rivelato che si perde circa mezza giornata di lavoro a settimana. Ben 64 secondi, questo è il tempo che impieghiamo per recuperare la concentrazione ogni volta che riceviamo una notifica sul nostro smartphone. Basta poggiare il cellulare sul tavolo che la comunicazione tra due persone immediatamente diviene meno costruttiva.

Ahimè, un po’ tutti siamo sempre più vittime dell’infobesity, ovvero il sovraccarico cognitivo causato dall’abnorme quantità̀ di informazioni dalle quali siamo continuamente bombardati, a cui sentiamo il dovere di rispondere. Un flusso ininterrotto di mail, messaggi, avvisi, che ci spinge a fare acquisti più̀ velocemente, a prendere decisioni in pochi secondi, a controllare continuamente lo smartphone, a farci restare incollati al display, e che soprattutto ci fa lavorare meno e peggio.

Bisognerebbe tener presente che il nostro cervello non è fatto per ricevere un tale bombardamento in breve tempo. Secondo quanto calcolato dall’università̀ della California, anche se esposti a 34 gigabyte di contenuti ogni giorno, possiamo elaborarne al massimo 120 bit al secondo. Il resto è solo affaticamento, tanto che il sovraccarico cognitivo è una delle cause principali di burnout (l’esaurimento da lavoro).

Come accade per il cibo, ingerire continuamente informazioni ci ha fatto diventare sempre più golosi; non a caso tra gli esperti c’è chi suggerisce di difendersi allo stesso modo con cui curiamo la nostra alimentazione. Praticando, ad esempio, l’autolimitazione, magari usando app di monitoraggio o impedendo l’accesso a determinati siti, servirebbe a tenere sotto controllo l’abbuffata. Ma c’è dell’altro, perché quello di cui spesso non ci accorgiamo è che, proprio come fossero cuochi di trattoria, i primi a servirci piatti ipercalorici sono le società digitali.

A ciò va, altresì, aggiunto un dato maggiormente preoccupante, ovvero che la tendenza virtuosa, registrata negli anni 2000, di una crescita del quoziente intellettivo nelle nuove generazioni si è ormai invertita.

In parole povere, vittime o no della tecnologia, ci stiamo “scimunendo”. Forse non ci sarà neppure una diretta connessione ma, probabilmente, sarebbe già salutare evitare di immortalare o commentare tutto quel che facciamo o ci accade intorno, per l’effimero piacere di condividerlo con amici e conoscenti. Anziché cedere al desiderio di postare la foto della leccornia appena servita in tavola, pensiamo piuttosto a gustarla godendo della buona compagnia di chi ci siede accanto.

In fondo, è un modo semplice per recuperare la dimensione effettiva del momento e del circostante e di tutelare la qualità della nostra stessa vita.

Tony Ardito

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