La battaglia delle nomine a Bruxelles (di Cosimo Risi)

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Puntuale ogni volta che a Bruxelles si gioca la partita delle nomine,  a Roma  segue la partita su chi ha vinto e chi perso. Puntuale ogni volta giunge la conclusione che l’Italia ha perso. Di più: ha “riperso” per non avere esibito la muscolatura o, se l’ha fatto, per essersi scontrata con avversari che  l’hanno menata di santa ragione. Lo spauracchio dell’Europa maligna percorre tutte le stagioni.

Si prenda l’ultima tornata. La vulgata vuole che siamo stati esclusi dai posti che contano e che, in cambio della nostra remissività, abbiamo ottenuto che la procedura d’infrazione sui conti sia sospesa fino all’assestamento di bilancio.

Avremmo barattato il vantaggio di breve periodo (fino all’autunno) contro lo svantaggio di un quinquennio. La valutazione è prematura.

Il nuovo assetto vede: la popolare tedesca Von der Leyden alla Commissione, il liberale belga Michel al Consiglio europeo, la repubblicana francese Lagarde alla BCE, il socialista spagnolo Borrell agli affari esteri, il socialista e democratico italiano Sassoli al Parlamento.

Emmanuel Macron è soddisfatto: i nuovi sono tutti francofoni, anche la tedesca che, nata a Bruxelles da un funzionario europeo, ha frequentato la multilingue Ecole Européenne.  Questo basterebbe per scalzare, coi Britannici, il mal sopportato inglese da lingua veicolare delle istituzioni.

Angela Merkel è contenta: ha resistito alle pressioni di chi la voleva  al vertice del Consiglio europeo, ha sistemato la sua Ministra della Difesa al Berlaymont, si è concessa il capriccio di astenersi sul pacchetto per non contrariare i democristiani bavaresi di Weber ed i socialdemocratici della sua larga coalizione. L’egemonia tedesca e femminile sulla Commissione è quanto ci vuole per ridarle nerbo  dopo i bizzarri umori di Juncker.

E allora: vince l’asse franco – tedesco, e dire che fino alla vigilia veniva dato in crisi il rapporto Macron – Merkel; perde l’asse sovranista, che già alle elezioni europee aveva guadagnato meno punti di quanti gli ottimistici sondaggi pronosticavano.

La chiave di lettura è corretta. I paesi a trazione sovranista dovranno contentarsi delle caselle d’obbligo, i propri membri in seno alla Commissione, e sperare che la Presidente Von der Leyden assegni loro portafogli di peso. Senza contare che i candidati Commissari (vale pure per l’italiano) dovranno passare il vaglio del Parlamento. Quindi: attenti a personalità troppo marcate, rischierebbero.

Un’altra chiave di lettura è possibile. Il fronte dei vecchi stati membri prevale sui nuovi. E qui si notano le singolari posizioni di Italia e Spagna.

L’Italia, che pure figura fra i sovranisti, riceve il riconoscimento della presidenza dell’Assemblea con Sassoli che succede a Tajani. Non è casuale che ambedue appartengano a partiti (rispettivamente PD e Forza Italia) all’opposizione a Roma.

La Spagna non è uno stato membro fondatore, è considerata alla stregua dei vecchi grazie al suo europeismo ed all’abilità manovriera di Sanchez, il solo Premier “laburista” di rilievo in un panorama di governi moderati.

L’asse franco – tedesco favorirebbe i vecchi stati membri preferendo la componente di sinistra al loro interno. Il messaggio è duplice. Il sovranismo va contenuto anche nei paesi a tradizione europeista che ora sbandano verso la chiusura nazionale (Italia). L’indipendentismo va contrastato ad evitare la dispersione delle forze (Spagna). Borrell, catalano, si oppone all’indipendenza della Catalogna, tant’è che ora siede nel Governo centrale di Madrid.

Per tirare un primo bilancio attendiamo il debutto dei nuovi vertici e lo spazio che sapranno guadagnare in Europa e nel mondo. La ripresa del momento europeo rispetto ai momenti nazionali è nell’interesse generale.

Cosimo Risi

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