Nuove alleanze: se stiamo insieme ci sarà un perché (di Tony Ardito)

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Fra manifestazioni di piazza e vibrate contestazioni delle opposizioni in Parlamento, la scorsa settimana il secondo governo di Giuseppe Conte ha incassato la fiducia e l’establishment di Bruxelles se ne è compiaciuto, ma più per la frattura con il recente passato che per la composizione del nuovo Esecutivo.

Una volta consumati i passaggi di rito, il premier ha ripreso a lavorare alacremente seguendo la scaletta indicata dal programma. Un testo per la cui stesura, a differenza del precedente, non si è limitato ad esercitare mere funzioni notarili. Anzi.

Il ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini, infervorato dal sodalizio con i Pentastellati, del quale si fece auspice già all’indomani del voto del 2018, ha immediatamente gettato l’amo. Il capodelegazione del PD ha proposto al M5S di replicare il patto, sancito per la guida del Paese, in occasione delle importanti elezioni amministrative della prossima primavera.

Il no del Movimento è arrivato immediato e perentorio. Purtuttavia, è plausibile ritenere che il niet dei Cinquestelle sia un modo per richiamare ciascuno ad una maggiore cautela e chiarire, urbi et orbi, che quella con il Partito Democratico non è un’alleanza strutturale. Work in progress si valuterà.

È evidente che per coloro i quali rappresentano gli uni e gli altri nei territori e in seno ai singoli enti, risulti difficile metabolizzare un accordo che, sino a un mese fa, era comunemente bollato come impossibile. Gialli o rossi che siano, tanti dirigenti, iscritti e simpatizzanti non hanno d’emblee rimosso, né celano diffidenze e perplessità.

Argomenti che sono oggetto di travagliati dibattiti interni e alla base dei primi, dolorosi addii. Sarà, invece, quello de “La Leopolda”, il palcoscenico da cui a ottobre, Matteo Renzi, il vero stratega dell’abbraccio tra Zingaretti e Di Maio, dirà finalmente chiaro al popolo Dem se dovrà considerarlo un ex.

Intanto, il presidente del Consiglio ha dovuto alzare la voce per mantener fede all’impegno assunto: chiudere entro venerdì 13 il tavolo delle nomine di 10 viceministri e 32 sottosegretari. A causa di talune divergenze, proprio tra i principali partener di maggioranza, la scadenza rischiava di slittare e compromettere, altresì, la piena funzionalità dei dicasteri e la necessaria interlocuzione fra gli stessi e il Parlamento.

Sull’altro versante, Silvio Berlusconi, anche per arginare i rischi di una migrazione dei parlamentari azzurri soprattutto verso “Cambiamo!”, il neonato movimento voluto dal governatore della Liguria, Giovanni Toti, ha rielaborato la strategia. Considerato il nuovo assetto del centro-destra, a trazione sovranista, il leader di Forza Italia sta, però, incontrando difficoltà ad esercitare l’appeal di un tempo, nel tentativo di controbilanciare i pesi e negoziare le future intese con Lega e Fratelli d’Italia.

A Roma, si annunciano mesi duri: dentro e fuori le istituzioni. Ahinoi, da tempo, il problema non è più solo tener testa alle perenni emergenze, quanto offrire una prospettiva al sistema Italia.

Tony Ardito

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