Spionaggio e diplomazia alla vigilia delle elezioni in Israele (di Cosimo Risi)

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Diceva quello scrittore che quando il gioco si fa duro è il momento dei duri per giocare. Il gioco è sempre duro in Israele ed i duri appunto giocano. Il paese è alla vigilia delle seconde elezioni in pochi mesi, quelle di primavera confermarono il primato del Likud del Premier uscente ma senza conferirgli una maggioranza solida alla Knesset.

Il suo alleato tradizionale Avigdor Liebermann gli negò la fiducia con motivazioni politiche e probabilmente anche personali. Il suo rivale Benny Gantz ottenne molti voti ma non sufficienti a scalzarlo. La via delle nuove elezioni si rivelò la sola possibile al Capo dello Stato.

A Mantova per il festival letterario, lo scrittore Abraham Yehoshua  afferma che la tornata di settembre si configura come un referendum pro o contro Netanyahu. Egli è palesemente contro, avversando del  Primo Ministro l’approccio ai negoziati di pace coi Palestinesi: negoziati che nei lunghi anni del mandato ha fatto di tutto per sterilizzare fino al blocco attuale. Quella di Yehoshua è una mozione popolare di sfiducia.

Lo scrittore abbandona la formula due popoli – due stati, su cui la diplomazia internazionale lavora dai tempi degli Accordi di Oslo (anni novanta del XX secolo), per perorare la causa dello stato bi-nazionale, una sorta di federazione fra i due popoli aventi gli stessi obblighi e gli stessi diritti. Il suo appello ai Palestinesi, per ora agli Arabi Israeliani, è di concorrere al gioco elettorale per affermare le loro posizioni per via civile.

Netanyahu è appesantito dalle critiche degli avversari politici e dalle indagini della polizia, che non fa sconti neppure ai potenti. Israele è il solo paese al mondo che abbia condannato Capi dello Stato e Primi Ministri senza per questo sconvolgere l’assetto istituzionale. La sua permanenza al Governo può garantirgli il salvacondotto, oltre che la longevità politica tale da superare quella del fondatore dello Stato, David Ben Gurion.

Di qui dunque l’alzare i toni dello scontro e il promettere ai coloni nuove annessioni fra cui quella della Valle del Giordano, già controllata da Israele ma oggetto dei negoziati coi Palestinesi. La decisione completerebbe il quadro delle annessioni dopo quelle annunciate del Golan e di certe aree della Cisgiordania.

Il disegno del Grande Israele si completerebbe così con una serie di fatti compiuti grazie ad una strategia basata sulla forza.  Che la comunità internazionale, ONU in testa, protesti pure, conta quanto accade sul terreno e soprattutto vale il sostegno inossidabile dell’alleato americano.

Ecco allora scoppiare l’ennesimo caso di spionaggio a sparigliare il gioco. I soliti anonimi funzionari federali rivelano che avrebbero scoperto delle microspie israeliane nei dintorni della Casa Bianca per intercettare le conversazioni che il Presidente intrattiene dal suo telefono privato. Un telefono che, sorprendentemente, non sarebbe stato vagliato dalla National Security Agency e sarebbe perciò aperto alle intromissioni.

Non sarebbe la prima volta che Israele sorveglia il principale alleato, le statistiche sostengono che il paese è il terzo dopo Russia e Cina nelle attività di intelligence a Washington.

Il Governo di Gerusalemme smentisce qualsiasi implicazione nel caso di presunto spionaggio. Ribadisce la direttiva impartita anni addietro e sempre rispettata: mai operare nell’amico territorio americano.

Il caso è ghiotto per i media, è sempre così quando si intrecciano spie, Medio Oriente, America. Gli ingredienti ci stanno tutti per una magnifica spy story. Verosimile se non vera.

Cosimo Risi

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