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Erdogan e l’Unione europea (di Angelo Giubileo)

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In questi giorni assistiamo allo scoppio definitivo di una crisi internazionale, che ha il proprio epicentro nel confine nordest della Siria, a seguito dell’attacco delle truppe turche di Erdogan ai curdi siriani. Si tratta di un’iniziativa militare annunciata da mesi, nei cui confronti la comunità internazionale pare faccia o addirittura sia destinata a fare ben poco.

Infatti, la Turchia è innanzitutto membro della NATO; così che il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha detto di contare “sul fatto che la Turchia agirà con moderazione”, aggiungendo che, al confine con la Siria, la Turchia ha “legittime preoccupazioni di sicurezza”, concernenti l’azione di tutti coloro che a vario titolo vengono definiti “terroristi”.

Nell’ordine delle diverse potenze militari, dopo la NATO è toccato in qualche modo al presidente USA, Donald Trump, giustificare un eventuale disimpegno delle truppe americane nel confine nordest del territorio medesimo. Il presidente ha così detto: “I curdi? Ci piacciono, ma non ci aiutarono in Normandia”.

Rispetto all’offensiva turca, deboli sono sembrate anche le reazioni della Russia e dell’Iran. Il portavoce del Cremlino ha innanzitutto dichiarato di “seguire la situazione da vicino”, mentre il ministro degli esteri di Teheran ha definito la situazione “preoccupante”.

Al livello della diplomazia, l’ONU, e quindi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, prontamente riunitosi a porte chiuse, non è stata però capace di adottare alcuna risoluzione sulla vicenda in corso. Quanto all’Europa, le uniche iniziative concrete finora promosse hanno riguardato la convocazione degli ambasciatori di Roma e Parigi da parte dei rispettivi ministri degli esteri italiano e francese. E pertanto, nulla di più. A parte le solite dichiarazioni che dobbiamo per l’appunto definire di mera circostanza. Come peraltro quelle stesse che giungono dal Vaticano.

Il processo di adesione della Turchia all’Unione europea è iniziato alla fine degli anni Ottanta, immediatamente a seguito della caduta del muro di Berlino; ma, dopo scarsi esiti, i negoziati di adesione, già sospesi nel 2005, hanno proseguito solo sulla base di accordi economici di finanziamento di risorse che l’Unione europea destina alla Turchia così come le ripartisce ai paesi ricompresi nel patto di adesione, con prossima scadenza fissata per il 2020. E quindi, ancora una volta, emerge il dato assoluto di una forza europea capace di far leva soltanto sul potere delle proprie risorse finanziarie che rende eventualmente disponibili.

La forza di Erdogan si sostanzia dunque non solo nell’azione militare d’invasione della Siria, ma anche nella prospettiva segnalata all’Unione europea di evitare azioni di contrasto che potrebbero generare ripercussioni serie e gravi anche per i territori della stessa Unione.

Erdogan fa riferimento a due scenari soprattutto. Il primo legato all’immigrazione dei profughi, tenuta per così dire sotto controllo dai turchi, dalla Siria e in particolare per quanto riguarda l’Italia anche dalla Libia. Il secondo legato alla liberazione dei cosiddetti foreign fighters, ovvero i combattenti ribelli stranieri che in Siria si sono aggiunti alle truppe fondamentaliste dell’Isis contro le truppe governative siriane. Sembra che, nel caso dei foreign fighters europei, si tratti di un numero che comprenda alcune migliaia di combattenti, finora trattenuti in Siria, ma che potrebbero essere liberati da Erdogan a seguito per l’appunto di azioni di contrasto alla propria offensiva militare.

Non c’è alcun dubbio che, di fronte alla forza e al potere delle armi, l’Europa dimostri ancora una volta e sempre di più la propria inadeguatezza. Cosa di cui occorre necessariamente tenere conto, prima che la situazione in generale peggiori.

Angelo Giubileo

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