Ass. ‘Io Salerno’: L’assessora alla cultura e il ‘Seminario’ per la cultura

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“Sono i ‘prevetarielli”, ci disse la vicina di casa quando, per la prima volta, li vedemmo passare chiusi nelle tonache nere, con le scarpe nere e i cappelli tondi, pure neri. Dopo, ci abituammo.

Erano in tanti, rigorosamente in fila per due, e scendevano nel primo pomeriggio per via Paglia e via de Granita, diretti chissà dove, provenienti dal ‘Pontificio Seminario Regionale Pio XI’, austera cittadella situata nella parte alta della Città.

Nelle carte, si legge che, questo, fu il seminario più grande d’Italia e che, con i suoi 10 padiglioni in cemento armato, per una superficie coperta di 12.000 mq., e l’enorme parco con vista sul golfo, venne edificato in nemmeno due anni tra il 27 Giugno 1931, primo getto di fondazione, e il 4 Novembre 1932, data di consegna. Fu ufficialmente inaugurato il 22 Ottobre 1933.

Nel 1976, per la crisi delle vocazioni e gli altissimi costi di manutenzione, la Curia decise di chiudere la struttura e di venderla al Comune, parco incluso. Divenne, così, sede di aule della nascente Università, di Scuole e di Uffici Pubblici, mentre l’area a verde finì in progressivo abbandono. Stessa sorte toccò anche alle cappelle, nei corpi centrali, abbandonate, vandalizzate, scorticate e vilipese, a testimoniare l’infimo livello raggiungibile da una Comunità quando è vittima della sua parte più incolta e barbara.

Oggi, nella struttura sono ospitati, salvo errore, l’Istituto Artistico ‘Sabatini’, la sezione di informatica del ‘Focaccia’, la sede distaccata del ‘Da Procida’, i Teatri ‘Ridotto’ e ‘delle Arti’, una Scuola di Danza, Sportelli del Tribunale e Uffici Comunali. Il tutto, però, in uno stato di approssimazione e confusione, con i muri sbrecciati, il selciato sconnesso, gli alberi moribondi, gli spazi a verde pieni di rifiuti e occupati da auto in sosta secondo convenienza di chi le parcheggia. Un vero ‘caravanserraglio’.

Intanto, nel 2002, i giardini furono recuperati con la realizzazione di un Parco pubblico dotato di campetti per il calcio, spazi per giochi e un edificio a portico con terrazzo panoramico.

Per descriverne lo stato attuale, riportiamo una sintesi del dettagliato commento del giornalista Daniele Magliano pubblicato da Salernonews 24 in data 28/06/2019 (riproduzione autorizzata):

“Escludendo la piazzola con i portici e il terrazzamento dove sono posti i due campetti di calcio, posso confermare che tutto il verde…è in precarie condizioni, manchevole di manutenzione ordinaria, così come … le scalette … che raggiungono i vari terrazzamenti. L’area destinata alle giostrine … è transennata e le stesse sono in parte distrutte. … Dai muri di contenimento … fuoriescono le radici dei pini marittimi … Il percorso è … pieno di micro-discariche … la vegetazione spontanea ha quasi ricoperto il sentiero appena distinguibile … l’ingresso di via Urbano II: un viale con muri totalmente imbrattati e corpi illuminanti a parete in parte distrutti. Il percorso mi porta verso un’ampia area abbandonata … che converge verso l’ascensore d’ingresso, anch’esso non attivo e mal ridotto e privo di illuminazione”.

In sostanza, a parte la zona assegnata in concessione ad una Cooperativa, con ingresso da via Laspro, tutto il Parco è distrutto. E pensare che su Internet è pubblicizzato come luogo ‘da visitare’ (!) e che, a quanto dichiarato in questi giorni, la sua manutenzione era stata affidata a terzi dal Comune (s.e.).

Se definire Salerno ‘Città Europea’ non è una ‘narrazione’, questa squallida struttura non può avere ‘cittadinanza’, qui. Ancor più in considerazione della presenza dei Teatri con spettacoli di grande richiamo per il pubblico. Magari, anche di altre Città. E’ una vergogna che non ci possiamo permettere. Punto.

E’ di questi giorni la notizia di un progetto predisposto dalla nuova Assessora alla Cultura, la dott.ssa Antonia Willburger, per riportare le rappresentazioni teatrali nell’Augusteo. E siamo informati anche di altre idee. Ne siamo molto lieti.

Ma via Urbano II non può essere abbandonata. Perché, lì, non ci sono solo i Teatri. C’è pure una Scuola Artistica nella quale si trasmettono le conoscenze che giovani di talento dovranno poi trasferire alla Comunità per contribuire alla sua crescita culturale e spirituale.

Di questo, ha bisogno la Città. Ha bisogno di un’aria nuova, di una nuova energia, contro l’appiattimento e la conformità delle menti e dei comportamenti. Ha bisogno di rivivere quella passione che già animò la componente giovanile oltre 30 anni fa, accompagnando l’evoluzione sociale del tempo.

Allora, furono ‘menti fantasiose’, nomi ‘anonimi’, ma colti e visionari, a dare vita al ‘Primo Festival Teatrale di Post-avanguardia’, al quale prese parte anche uno sconosciuto Benigni con Gianni Dessì, e al ‘TeatroGruppo’, oggi ‘Patrimonio Culturale’ della Città per volontà della Soprintendenza BAAP. Tra esse: Giuseppe Bertolucci, Achille Mango, Filiberto Menna e Leo de Bernardinis. In tempi più recenti, Alessandro Nisivoccia e Regina Senatore, ma anche il ‘Teatro dei Barbuti’ di Peppe Natella, hanno dato lustro alla Città.

Ma non fu solo teatro.

Giovani musicisti crebbero (gli Astrali, i Brummel’s) mentre si svolgevano i primi ‘Festival di Musica’ e si avviavano le scuole di ballo (Testa). Fu un fortunato periodo di grande fervore.

Tutto questo non durò molto. Dopo qualche tempo, infatti, iniziò quel graduale ‘ritorno alle origini’ che ha portato ad un evidente e inaccettabile impoverimento sociale e culturale.

Ma, per nostra fortuna, il talento non è morto.

Studenti del ‘Martucci’ e del ‘Sabatini’, giovani delle scuole di danza, attori ‘fai da tè’, spingono dal basso alla ricerca di spazi di cui sono meritevoli per la qualità delle proposte. E ci sono anche artisti di più ‘tarda età’. Pochi sanno che il maestro Ciro Caliendo, con i suoi violini d’autore, resta l’unico custode delle abilità artigiane della scuola napoletana e che, proprio per questo, è stato recentemente premiato a Cremona dalla Associazione Nazionale della Liuteria Artistica. Come dire: nessuno è profeta in Patria.

E allora, noi proponiamo di trasformare il vecchio Seminario, TUTTO, in una esclusiva ‘Cittadella delle Arti Umane’ favorendone la riqualificazione per l’insediamento di scuole di recitazione, laboratori-scuola, sale prove e registrazione, e, magari, un Centro Sperimentale per la Cinematografia in collaborazione con UNISA ove è già operativo un corso di DAMS, Arte, Musica e Spettacolo.

E’ necessario solo trasferire gli Uffici del Tribunale, peraltro già in programma, e quelli Comunali, riattare i padiglioni devastati delle cappelle, utilizzabili come ampi saloni per le riprese, e chiudere i cancelli. La gestione, affidata ad un Organo autonomo ed estesa a tutta la Cittadella, potrà assicurare la manutenzione e il controllo anche del Parco per la libera fruizione da parte della Comunità e dei turisti.

Quanto ai fondi, esistono molte modalità di sostegno offerte dall’Europa, della BEI e dal Ministero.

Investire in cultura è quanto di meglio si possa fare a favore delle future generazioni. Perché solo la cultura può ‘cambiare ‘ le menti, può dare dignità, può formare coscienze migliori.

Pensiamo che sia ‘una verità’ che la nuova Assessora alla Cultura non possa disconoscere.

Se davvero amiamo i nostri figli, impegniamoci – tutti – ad amare questa Città.

Questa Città ha bisogno di amore.

e.mail: associazione.iosalerno@gmail.com

pagina fb: Associazione io Salerno

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6 COMMENTI

  1. … commento veramente realistico e pieno di amore inespresso. Non poter aprirsi all’amore per la Ns. Città, nell’attesa che una classe politica politicante da almeno 25 anni tiene per le p…. e i SALERNITANO VERI E LIBERI, COLORO CHE PER SENSIBILITA’ ED TIMIDEZZA…. non accennano a qualche bel VAFFA…., sono vittime e carnefici di un disegno senza cultura e che non tiene conto di nulla, ma mastica solo interessi personali e squallide illusioni.
    Ma quale “CITTA’ EUROPEA”…. quel signore lo deve dire ai poveretti che nella loro vita non hanno mai saputo che dopo fratte, dopo mariconda, dopo il porto, dopo Giovi, dopo… c’ è ancora terra e mondo!!!

  2. Un pezzo di Salerno storica che andrebbe recuperato, se il pubblico non e’ in grado di gestirlo allora che sia ceduto a privati che possano valorizzarlo e farne uso (sotto vincoli architettonici e di utilizzo).

    Non si può lasciare qualcosa di cosi importante all’incuria ed ai cafoni di passaggio.

  3. un bellissimo articolo che disegna davvero lo stato di abbandono in cui versa il Seminario ed il parco… una tristezza… la mia rabbia è insita in cose simili… la città, la nostra città è abbandonata a sè stessa… strade sporche, luoghi abbandonati e lasciati all’incuria, discariche ovunque, malversazioni a destra ed a manca… ed io, come tanti altri, siamo andati via, abbiamo lasciato la nostra città che non ci ha dato la possibilità di poterci realizzare e di costruire la nostra vita lì… ci sarebbe lavoro, ci sarebbe il modo e la voglia di costruirsi un avvenire in città… ma non ce ne danno, non ci hanno mai dato la possibilità di farlo… tristezza unica…
    complimenti per l’articolo

  4. Aggiungo che il primo edificio più a monte, verso ovest, è occupato dalla sezione associata dell’Istituto professionale per i servizi sociali “Giuseppe Moscati”. Diamoci da fare per Salerno, stiamo svilendo la cultura e stiamo lasciando troppo spazio alla superficialità. Di questo passo fra meno di 100 anni diventerà una città anonima da cui scappare

  5. Quando ero adolescente (anni 80), il seminario era parecchio peggio. Quando facevamo filone, dal Da Procida salivamo nella parte più alta di Via Laspro e accedevamo scavalcando una rete in pessime condizioni. Da lì in poi, pallone sotto il braccio, si camminava a proprio rischio e pericolo: oltre alla siringhe c’erano i tossici alle 9 di mattina e oltre ai tossici gli spacciatori o semplicemente gente fuori di testa che vagava per i campi del seminario. Ne ricordo uno, tale “Giuànn’ ‘o nir'” che divenne per un periodo il terrore dei ragazzi della zona. Arrivava nel bel mezzo di una partita di calcio (con felpe e zaini per pali), otteneva con la forza il pallone, minacciava con il coltello, da solo o in compagnia di altri. Una volta scappammo in gruppo e quello senza battere ciglio nell’inseguirci saltò i 4 metri che separavano il punto in cui eravamo da un campetto che si trovava più in basso. Un incubo.

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