Siria, USA, Europa e la fine dell’ISIS (di Cosimo Risi)

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Il Presidente Trump annuncia che le truppe speciali USA hanno scovato e ucciso Abu Bakr Al-Baghdadi, il capo del Califfato creato dal DAESH – ISIS nella zona fra Iraq e Siria.

La morte di Al-Baghdadi era stata annunciata già due volte e ogni volta smentita dallo stesso terrorista, ricomparso, dopo anni di silenzio, in video in aprile e in audio un mese fa. Ora la partita sembra chiusa, l’analisi del DNA confermerebbe che il corpo ritrovato in una galleria nella Siria del nord sarebbe il suo.

Il Presidente ama i toni magniloquenti nel descrivere il blitz, usa giudizi pesanti sul terrorista mentre scappava dentro una galleria trascinandosi appresso i tre figli.  Il messaggio è chiaro: contrapporre l’efficacia dell’azione degli Americani, che avrebbero avuto solo un cane ferito, e la viltà del nemico, capace di ferocia nel giustiziare i presunti infedeli e di piagnucolare quando in gioco è la sua personale sorte.

Ringrazia per la collaborazione Turchia, Russia e Siria, gli ultimi due paesi per avere consentito il sorvolo dello spazio aereo siriano. Si dice deluso dall’insipienza d’Europa, i principali stati membri continuano a respingere i loro “foreign fighters”, già prigionieri dei Curdi e che starebbero per essere rilasciati dopo l’incursione turca.

Il mondo si caratterizza in due grandi sfere non tanto politiche quanto morali: i coraggiosi e i codardi, quelli che contribuiscono in concreto alla lotta al male e quelli che tentennano. E’ la riproposizione del motivo già caro alla dottrina di Robert Kagan durante il mandato di Bush figlio: il regno di Marte (l’America) avverso il regno di Venere (l’Europa).

Ora che l’ISIS è sconfitto ed il suo capo ucciso, non v’è più ragione – conclude  Trump – perché le truppe americane restino in terra siriana. Che Siria e Turchia sbrighino le loro contese da sole, senza impegnare gli americani in uno sforzo finanziario tanto grande quanto inutile. Numerosi sono i conflitti locali: che i soggetti locali se ne facciano carico, l’intervento americano ci sarà solo se entrano in gioco preponderanti interessi nazionali.

Da questo a dedurre che si affievoliscono i vincoli di solidarietà delle alleanze, il passo è breve. Per l’Europa si apre una fase di riflessione che deve essere tempestiva e saggia, scontando che l’esito avrà conseguenze  sulle nostre finanze. L’obiettivo del 2% del PIL da dedicare alla sicurezza è più di un’ipotesi negoziale, si profila come una urgenza.

Sconcerta che la macchina dell’Unione si blocchi attorno a adempimenti istituzionali, certamente importanti ma che stingono a fronte delle sfide internazionali. La Commissione von der Leyen avrebbe dovuto insediarsi il primo novembre, slitterà di almeno un mese perché i candidati proposti da alcuni stati membri sono stati bocciati dal Parlamento. Compresa la candidata francese che avrebbe dovuto avere in dotazione parte del portafoglio difesa.

Sconcerta che il referendum Brexit, celebrato nel giugno 2016, non abbia ancora portato alla logica conclusione: il recesso del Regno Unito. Londra chiede l’ennesima proroga della scadenza, ora fissata al 31 gennaio 2020, per avere il tempo di celebrare nuove elezioni politiche, che potrebbero portare ad un secondo referendum con risultato diverso dal precedente.

La delusione di Trump verso gli europei ha qualche fondamento nel nostro  complessivo rifuggire dalle responsabilità primarie. Siamo attori globali, che lo vogliamo o no.

Cosimo Risi

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