Get Brexit done! (di Cosimo Risi)

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Lo slogan è semplice, incisivo, vincente. Dopo tre anni e mezzo di convulsioni, un autentico psicodramma da Aspettando Godot, il Regno Unito sceglie Boris Johnson e la sua urlata promessa di uscire dall’Unione il 31 gennaio 2020. Sulla base del pacchetto che aveva negoziato con i Ventisette e che gli stessi si premurano di confermare per uscire anch’essi dalla situazione in cui li aveva infilati il voto referendario di giugno 2016. Un secolo fa in termini politici, un intervallo enorme che ha visto succedersi a Downing Street tre Primi Ministri conservatori.

La vittoria dei Tories è schiacciante, addirittura umiliante per i concorrenti che hanno perduto le roccaforti rosse nelle zone operaie del centro-nord. Mai prima d’ora la working class del Capitale di Karl Marx, rispolverato per l’occasione dal suo infelice epigono Jeremy Corbyn, aveva voltato le spalle al Labour Party. Meglio il messaggio chiaro dei Conservatori che il balbettio laburista su Brexit, rimpiazzato da promesse reboanti di nazionalizzazioni, fiscalità oppressiva, lotta alle diseguaglianze.

Nota Timothy Garton-Ash, un europeista della prima ora, che la classe operaia britannica apprezza più l’aristocrazia che la borghesia. La prima la lascia nei suoi costumi tradizionali con promesse di elargizioni, la seconda pretende di inquadrarla in un regime di regole. E d’altronde la popolarità della Monarchia ha la chiave in questo sentimento profondo.

Non è finita. Dal 1° febbraio al 31 dicembre 2020 prepariamoci ad altro psicodramma. Andrà allora negoziato il futuro regime dei rapporti UK – UE. Probabile che il termine sia troppo breve perché un accordo si raggiunga, specie se il nuovo Governo Johnson punterà sulla formula “Singapore sul Tamigi”. E cioè di un paese iperliberista, un hub degli scambi e dei servizi, che commerci liberamente con il resto del mondo mantenendo le facilitazioni del mercato unico.

La concorrenza in dumping verso le imprese e i servizi europei incombe su questa prospettiva. E certamente allerterà i negoziatori UE, ancora guidati dal francese Michel Barnier, che accederanno alle richieste di Londra solo nella misura in cui saranno compatibili cogli interessi di Bruxelles.

Le congratulazioni di Trump al vecchio – nuovo Primo Ministro sono sinceramente calorose. I due si sono intesi sin dal primo momento, l’americano vede nel britannico il suo emulo in terra d’Europa. Un modello da indicare ad altri dirigenti solleticati dal sovranismo e dal fastidio verso la tecnocrazia brussellese. Né l’uno né l’altro si sforzano di comprendere che l’integrazione europea ha un significato più ampio del libero mercato.

Il confronto fra Londra e Bruxelles rischia di scivolare sul piano ideale: una visione neo-imperiale, ma senza l’ossatura dell’Impero, avverso una visione federalista, ma senza la struttura istituzionale della federazione. Due modelli in cerca di definizione cui la dialettica negoziale dovrebbe apportare chiarezza d’intenti.

Alcuni in Europa tirano un sospiro di sollievo. Senza la delegazione britannica a porre riserve la vita in Consiglio scorrerà più liscia. E’ vero fino ad un certo punto. Il cattivo magistero britannico ha mostrato che l’eccezione, sotto forma di “opt put” alle regole comuni, è praticabile, basta insistere allo spasimo e la maggioranza cede alla pretesa del singolo stato membro. Sta ai Ventisette dimostrare  che quell’insegnamento finisce con l’uscita dei cattivi maestri.

di Cosimo Risi

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