Il tramonto dell’Occidente e le dimissioni del Ministro Fioramonti

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In questa pausa natalizia, mi è capitato di sfogliare il bel volume di Oswald Spengler (1880-1936), filosofo e storico tedesco, dal titolo “Il tramonto dell’Occidente” (vol. II), edizioni Aragno, arricchito dalle riflessioni di Giuseppe Raciti, che ha assunto anche l’onere della traduzione.

Si tratta di un’opera fondamentale per comprendere le origini della crisi dell’Occidente, che vive “il tempo in cui non la forza in vista di un compito, ma la felicità dei più, il benessere, la comodità – panem et circenses – sostanziano il senso della vita, e dove al posto della grande politica subentra la politica economica come fine in sé”.

Quella crisi politica, economica e culturale che al filosofo tedesco appariva già come irreversibile, oggi è ancora più evidente, e la “storia” dell’ Occidente, ed in particolare dell’Europa, che si snoda in un contesto “metafisicamente esaurito” (lo aveva già intuito Nietzsche e lo riaffermerà Heidegger), finisce per  assomigliare sempre di più ad un moto cosmico che ruota vorticosamente intorno al vuoto.

Questo senso di inarrestabile declino è vissuto in Italia come il segno di un destino, che trascende il determinismo catastrofico, rispetto al quale si presenta inutile ogni razionale resistenza, per lo più incompresa e marginale rispetto al flusso del magma dell’inconsapevolezza  della classe politica.

Quale migliore introduzione per spiegare le dimissioni del Ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università, Lorenzo Fioramonti, e l’eventuale nomina, come suo sostituto, di qualche pretoriano dell’universo pentastellato, di cui già viene fatto insistentemente il nome, magari come “risarcimento” a fronte di mancate “promozioni”.

Il Ministero della Pubblica Istruzione, già affidato a De Sanctis, a Gentile, a Sullo, a Valitutti e alla Falcucci (per citare solo alcuni nomi),  viene oggi visto come mera merce di scambio, nella più assoluta incomprensione della sua centralità per lo sviluppo del Paese.

Potrà anche darsi – come ritiene qualche commentatore – che le dimissioni del Ministro non riguardi le vicende dell’istruzione in Italia, restando solo un regolamento di conti tra i grillini, ma ciò, se fosse vero, renderebbe ancora più oscuro lo scenario che ormai vive il nostro Paese.

Lo scontro di potere, accompagnato dall’oscurantismo di qualche leader allergico  alla “cultura”, non può far dimenticare che l’investimento nel settore della Scuola e dell’Università resta un obiettivo determinante in una prospettiva di crescita dell’intera società, specialmente per i giovani. Naturalmente, si tratta di comprendere che non è solo una questione di quantità  ma soprattutto di qualità della spesa (lo scopriamo leggendo il rapporto “Education at a Glance” dell’OCSE), considerati gli insoddisfacenti risultati dell’ apprendimento, che conoscono divari territoriali addirittura unici nel contesto dei Paesi più sviluppati.

Sarebbe disastroso proseguire in una opzione “egualitaria” (tanto cara ad alcuni sindacati), che preveda finanziamenti ed incentivi a pioggia per tutti gli insegnanti, senza premiare l’innovazione, la qualità della didattica e la stessa disponibilità a lavorare di più (resta importantissimo, ad esempio. pensare ad una “scuola di pomeriggio”).

Il quadro diventa ancora più drammatico se analizziamo, sempre sulla scorta del rapporto OCSE, la spesa media per studente universitario, che resta ferma al 69 % rispetto a quella degli altri Paesi, ciò rappresentando un divario enorme difficilmente colmabile in tempi brevi.

La scarsità delle risorse determina danni gravissimi al nostro sistema universitario, che ha visto in un decennio ridotto di circa diecimila unità il numero di ricercatori e professori, cui si aggiunge l’incertezza e, a volte, l’incongruenza dei sistemi concorsuali e di reclutamento.

L’università italiana ha oggi un serio problema di investimenti, che ha costretto in questi ultimi anni circa 150.000 giovani laureati a trasferirsi all’estero, con una conseguente perdita di capitale umano essenziale per lo sviluppo del Paese.

Il quadro è reso ancora più drammatico dall’implodere delle università telematiche, in relazione alle quali lo Stato ha rinunciato a qualsiasi seria verifica per quanto riguarda sia il reclutamento del personale docente sia il riscontro dei risultati formativi, nonché dal privilegio impropriamente riconosciuto a quelle università che operano in contesti economici più evoluti, a danno – ad esempio – delle università meridionali, che pure non sono seconde in termini di qualità dell’insegnamento e di risultati formativi.

Se le dimissioni del Ministro Fioramonti serviranno, ma di ciò si dubita seriamente, a far finalmente discutere di questi problemi e a delineare una adeguata soluzione, sarà un bene per l’Italia.

Giuseppe Fauceglia

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