Libere professioni, uomini e donne due pesi e due misure (di T. Ardito)

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Il divario retributivo tra donne e uomini nel mondo delle professioni è un fenomeno tristemente diffuso. Non c’è area del Paese che non ne sia toccata.

Ma è nel Mezzogiorno che assume proporzioni assai preoccupanti, facendo registrare iniquità che rasentano il paradosso. Su una media nazionale, per una professionista il reddito a fine mese è assai più leggero di quello che percepisce un suo omologo. Semmai, proprio il partner, con tutto ciò che ne consegue in termini di scelte dettate, ad esempio, dalla nascita del primo figlio e da chi dei due “casualmente” resterà a casa.

Secondo gli studi effettuati dall’Associazione degli Enti Previdenziali Privati – che come Confprofessioni, ha stilato un proprio rapporto annuale – nell’ambito delle libere professioni il gender pay gap è molto più radicato e diffuso che in altre realtà del mondo del lavoro. Il divario retributivo si attesta tra le dipendenti intorno a un 4%, contro il corposo 45% delle professioniste. Un fenomeno che aumenta con il progredire dell’età.

In cifre, fino ai 30 anni lo scarto retributivo rispetto ai colleghi uomini è di circa 1900 euro annui, tra i 40 e i 50 anni arriva a 17mila euro per arrivare a più di 22mila euro nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni. Il terreno perduto, insomma, non si recupera più. “È arrivato il momento in cui tutto il sistema, a partire dalla politica, si faccia carico di un fenomeno che colpisce soprattutto le professioniste e lo fa perché le ore dedicate alle attività di cura vengono sottratte al lavoro”. Ha dichiarato il presidente di Confprofessioni Sardegna, Susanna Pisano.

In base ad una recente indagine di Eurostat, le prospettive negli altri Paesi non sono, però, migliori. La media europea, al netto del tipo di attività lavorativa, si attesta intorno al 16%, con un minimo del 3% registrato in Romania, a un massimo del 25,6% dell’Estonia. Stando ai dati, il settore che risulta più indietro sulla parità di retribuzione è nell’Europa a 28 quello delle assicurazioni e della finanza (con una forbice che varia dal 18,3% dell’Italia al 40,2% dell’Estonia), seguito appunto dal mondo delle professioni e delle attività di tipo tecnico (32,8% di Cipro seguito dall’Austria con il 30%).

Secondo la Commissione Europea – che sta lavorando ad una direttiva ad hoc – ad ostacolare le donne nel mondo del lavoro vi sono fattori di ogni tipo: dalla ghettizzazione a ruoli marginali, ai vecchi stereotipi, per finire al sommerso del gender pay gap.

Se disparità e squilibri si registrano addirittura tra regioni italiane, al di là della crudezza dei numeri, proviamo a chiederci quali siano le distanze siderali, su questo come su altri argomenti, che bisogna colmare, prima ancora che sul piano politico-istituzionale, nazionale ed europeo, anzitutto sul versante culturale e sociale.

di Tony Ardito

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