Manifesto per una Destra inclusiva e moderna (terza parte)

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E’ opportuno, sia pure in maniera necessariamente sintetica, indicare i dieci punti che completano il manifesto di una destra inclusiva e moderna.

 Agricoltura e Ambiente. La narrazione di una destra che trascura il tema dell’ambiente è diffusa nel racconto della sinistra, che a sua volta strizza l’occhio ad un ambientalismo più alla moda che di sostanza. Lo sviluppo economico non può prescindere dalla tutela dell’ambiente, anzi ne costituisce una parte integrante.

Legato al tema vi è la necessità di valorizzare forme di agricoltura marginale, posto che l’abbandono delle campagne rappresenta una vero e proprio vulnus  all’equilibrio biologico e vegetale. E’ evidente che va ripensato, nel contempo, anche il sistema di ausilio  alle grandi produzioni zootecniche ed agricole, sostenendo lo sforzo per la ricerca di nuovi mercati e il rafforzamento di quelli esistenti.

Crescita. La crescita è sinonimo di investimenti, ricerca, conoscenza, studio e formazione del capitale umano.  Non può essere avvalorata la scelta di una decrescita felice né quella di una frammentazione dei complessi produttivi in piccole imprese: il nanismo industriale è una condanna e non una romantica ricchezza. Con questo non si vuole negare l’importanza  delle piccole e medie imprese nel nostro Paese, che vanno sostenute con idonei ausili pubblici, prevedendo misure adeguate per la protezione dei prodotti (oltre che dei marchi e dei brevetti).

Si vuole, però, evidenziare un dato trascurato dalla sinistra:  solo la grande industriale, innovativa ed eco-compatibile è in grado di assicurare lo sviluppo complessivo. Per raggiungere questo obiettivo è necessario comprendere che un grande Paese industriale non può conservare un residuo di ideologia anti-impresa,  che contrasta le grandi opere pubbliche e sottovaluti il legame tra infrastrutture e produttività (basti pensare che con l’Alta Velocità i territori  a ridosso delle linee hanno conosciuto una crescita significativa).

Occorre, allora, una mappatura delle opere infrastrutturali ancora incomplete, prevederne il finanziamento ed incidere sui ritardi, magari dando preferenza (con norma processuale accelleratoria) alle controversie innanzi ai Tribunali Amministrativi Regionali  che ne hanno oggettivamente rallentato l’ esecuzione.

Immigrazione. E’ evidente che l’esigenza prevalente resta quella di difendere i confini territoriali e di assicurare un corretto flusso migratorio e una vera   politica di inclusione (che non si fermi allo jus culturae o allo jus soli).

Vi è, però, la necessità di  guidare gli eventi, piuttosto che subirli, in questa prospettiva potrebbero prevedersi borse di studio presso le Università italiane destinate a giovani provenienti dai Paesi più poveri, per consentire la formazione di figure professionali da impegnare nelle terre di origine. Si può favorire, inoltre, una immigrazione qualificata, che contribuisca a superare lo spopolamento di alcune aree interne della penisola, sviluppando economie marginali con  micro progetti di sviluppo.

Investimenti pubblici. In Italia nel periodo 2017-2019 gli investimenti pubblici netti hanno conosciuto un saldo negativo. Negli anni Novanta dello scorso secolo e nel primo decennio di questo, il flusso cumulato degli investimenti pubblici era in media pari al 5% del Prodotto Interno Lordo (PIL), oggi i vantaggi derivanti da questi investimenti sono stati completamente erosi.  E’ necessario proseguire con maggiore convinzione nella creazione di un Osservatorio nazionale per la produttività, al fine di superare la scarsa crescita che caratterizza ormai da anni il nostro Paese e consenta uno stretto legame  tra investimenti pubblici e sviluppo.

Il problema si collega al rapporto tra modalità di programmazione e assegnazione delle risorse: si tratta di passare dai bandi a una strategia stabilmente finanziata su un programma almeno decennale, individuando prioritariamente le grandi opere strategiche e superando il frazionamento delle competenze (stato-regioni). La sinistra oggi considera intangibile l’attuale conformazione  delle competenze regionali, perché teme di misurarsi sul terreno del regionalismo leghista.

Investimenti  dall’estero. Per quanto riguarda questi  investimenti ne abbiamo meno dei nostri concorrenti, secondo i dati Abie-Confindustria lo stock è pari al 21% del PIL ( siamo scesi da 34 miliardi di euro nel 2011, a 23 miliardi negli ultimi cinque anni), contro il 41% della Spagna. Per altro, gli investimenti esteri  sono concentrati per il 63% nelle Regioni del Nord. E’ sufficiente pensare a come è stato gestito il caso ILVA-Arcelormittal per comprendere la sfiducia e il sospetto che investitori esteri nutrono nei confronti del nostro Paese, dipendente dalla incertezza della legge e del valore dei contratti, oltre che dalla cronica lentezza, se non a volte dall’assoluta discrezionalità senza responsabilità, della giustizia e dalla inefficienza della pubblica amministrazione.

Povertà (lotta alla). Il reddito di cittadinanza, che non ha prodotto neppure un posto di lavoro, è uno strumento iniquo e inefficiente, idoneo soltanto a creare ulteriori sperequazioni e un diffuso assistenzialismo. Andrebbe, invece, migliorato con opportuni correttivi il sistema del reddito di inclusione.

Pubblica amministrazione. Nonostante le “parole”, la sinistra,  a causa della difesa di posizioni dipendenti dalla forte presenza  sindacate nel pubblico impiego e dell’eccessiva discrezionalità con cui si scelgono dirigenti –  a volte incapaci ma utili al sistema di potere – non ha mai dato impulso ad una riforma complessiva della pubblica amministrazione, favorendo l’introduzione di leggi e leggine, che creano poi il contesto in cui si annida la corruzione. Va, dunque, apprestata una legge quadro di semplificazione e di riordino delle amministrazioni pubbliche.

Recupero del patrimonio edilizio. Recenti catastrofi naturali hanno messo in luce la vetustà del patrimonio edilizio pubblico e privato. Per quanto riguarda il patrimonio edilizio pubblico è necessaria una mappatura locale, con controllo serio per evitare spese inutili o finanziamenti erogati dopo molti anni dalla programmazione delle opere.

Si tratta di delineare un moderno welfare territoriale, finalizzato, soprattutto al risanamento delle periferie delle grandi città, non solo per ricostruire uno “spazio urbanistico”, ma per rigenerare il tessuto sociale. Per il patrimonio privato dovrebbero prevedersi più significative detrazioni fiscali, e  linee di credito agevolato.

Turismo. L’esperienza di Matera insegna che i giovani possono trovare stimoli e lavori anche lontano dalle metropoli, frutto dell’investimento nella cultura in città di medie dimensioni. Matera 2019 ha sviluppato  un progetto costato 50 milioni di euro, cui vanno ad aggiungersi 250 milioni di euro per contributi infrastrutturali, e il moltiplicatore del Pil legato a questi investimenti è quasi raddoppiato (ora, però, si tratta di renderlo stabile e non episodico).

Turismo e cultura sono obiettivi che vanno perseguiti in un unico contesto (ad esempio, con prassi virtuose e sinergiche, come quelle che hanno consentito di accorpare il parco archeologico di Ascea a quello di Paestum, sotto un’unica direzione ). Non credo che la prospettiva indicata dal governo di aumentare il prelievo fiscale su attività alberghiere e di ristorazione possa essere utile a tal fine: ancora una volta vengono colpite le imprese.

Scuola e Università. Cogliere opportunità e percorsi che, soprattutto per l’obbligo formativo, possono essere concretizzati grazie all’impegno di agenzie sociali, esterne alle scuole, anche se coordinate con esse.  Il sistema scolastico va riformato dalle scuole primarie, in particolare potrebbe risultare utile ripristinare la figura del “maestro unico”; dappoi ripensare all’utilità della scuola media inferiore, introducendo un ampliamento degli anni dell’istruzione elementare (con il recupero di materie, come la storia, che vengono insegnate in modo eccessivamente frammentato e poco utile). L’Università deve recuperare la funzione di alta formazione e di ricerca, valorizzando i percorsi più coerenti con le necessità produttive del Paese.

Lo svilimento della tradizione storica della formazione universitaria, legata al ruolo sempre più crescente delle università telematiche, deve passare per la valorizzazione della “frequenza” ovvero del rapporto diretto tra docenti e discenti, favorendo l’ accesso dei giovani alla ricerca e cercando di premiare il merito.

La preclusione ideologica della sinistra verso forme di integrazione tra mondo produttivo ed Università, ha dato solo luogo allo sviluppo di Università private, il cui unico merito è quello di attrarre finanziamenti. Il disegno complessivo, da contrastare,  è di minare il fondamento dell’istruzione universitaria pubblica, delineando Università di serie “A” ed Università di Serie “B”, nel tentativo di eliminare il valore legale dei titoli di studio, che, se realizzato, introdurrebbe ulteriori forme di diseguaglianza sociale.

Giuseppe Fauceglia

 

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5 COMMENTI

  1. Io penso che il processo di globalizzazione per dare i suoi migliori frutti non puo’ essere intrapreso da una visione di sinistra, che rischia di fare solo danni.
    Oggi con una popolazione in continuo aumento e transito soprattutto tra i vari Paesi c’e’ bisogno di un sistema normativo ferreo specie nella certezza della sua applicazione.
    Ognuno evoca una liberta’ ideologica per far valere i propri diritti ma di fatto finisce per divenire prevaricazione sull’altro.
    Solo una destra organizzata puo’ raggiungere obiettivi per un futuro migliore.

  2. Che c’è di nuovo e “moderno” in questo programma? E’ il vecchio “liberal”, quel partito che è stato ed è dentro tutti i partiti italiani ad esclusione dei 5s e dei FdI, solo che lo ha accorpato in un unico soggetto.

    Auguri!

  3. Io qui di “moderno” non ci vedo praticamente niente, così come di “destra” ci vedo ben poco. Questo è il programma applicato da tutti i partiti “moderni”: il PSI di Craxi, i PDS/DS/PD, Forza Italia. E’ un programma che in una società ricca o mediamente ricca potrebbe pure funzionare, ma fa i conti senza l’oste, e cioè il fatto che la società non è più quella di 30 anni fa, il ceto medio è tragicamente smottato e che il populismo (nelle sue varie forme, sia di destra, sia di sinistra) è la reazione alla crisi che generazioni di politici con queste “visioni” hanno prodotto, anche facendo un debito pubblico mostruoso.

    Mi chiedo anche: ma se tutta la destra riesce già a raccattare un sacco di voti sulla base delle proprie narrazioni, quale è il senso di proporne altre ancora?

    x Anonimo nottambulo: mi sa che sei fermo al 1994 e ai “nipotini di Stalin” (però vai verso il 3%)

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