La ‘quarantena’ dei giornalisti ai tempi del Coronavirus

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Ai tempi del coronavirus la quarantena non si ferma ai contagiati ma coinvolge e travolge anche il mondo dell’informazione. Un processo mediatico e sommario nei confronti di chi cerca, tra non poche difficoltà, di informare lettori e telespettatori su ciò che sta accadendo in chiave nazionale e locale. A tal proposito rilanciamo un post scritto su facebook dalla giornalista salernitana Giovanna Di Giorgio e ripreso anche dal presidente dell’ordine dei giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli

ECCO IL TESTO DI GIOVANNA DI GIORGIO. “In questi giorni leggo duri attacchi alla stampa riguardo alla comunicazione sul coronavirus. Peraltro attacchi (non critiche argomentate, che sono sempre le benvenute) scritti spesso in un italiano non corretto e provenienti da gente che dubito vada oltre i titoli. Insomma, pare che la colpa per la situazione che si sta vivendo sia dei giornalisti.

Ma facciamo un passo indietro, al modo in cui la Cina si è approcciata al virus e quindi a come ha comunicato la notizia al mondo. Per evitare gli errori commessi per la Sars, le autorità locali hanno affrontato l’emergenza con misure molto drastiche (oggi diremmo più drastiche del necessario).

I giornalisti potevano non riprendere le immagini di una Wuhan blindata, isolata, deserta? Cosa si sarebbe detto se la stampa le avesse oscurate? Potevano non raccontare delle morti avvenute, inclusa quella del giovane medico che per primo ha individuato il COVID19? È chiaro che quelle immagini abbiano destato preoccupazione in tutto il mondo (anche in questo caso ricordando quanto accaduto per la Sars, tanto che all’inizio si dubitava anche sulla realtà dei numeri forniti dalla Cina rispetto a contagiati e morti).

Quando il contagio ha iniziato a diffondersi in Italia, cosa è successo? Le autorità hanno reagito in maniera altrettanto drastica (lo avevano già fatto prima del caso di Lodi, in verità) e la stampa ha raccontato quanto stava accadendo. Poteva non raccontarlo? Se il Governo da un lato e le Regioni dall’altro convocano più conferenze stampa al giorno fornendo dati su dati, un giornalista può non darne notizia? Semmai, si chieda alla politica perché ha tanto calcato la mano (ma qui si aprirebbe il tema della responsabilità della politica… meglio lasciar perdere).

Attenzione, però: la stampa dà notizia di tutto, anche dell’avanzare delle ricerche sul virus nonché dei danni (o meno) che ha fatto e sta facendo. Se si è passati nell’arco di una settimana dal parlare di apocalisse al discutere di semplice influenza (estremizzando in entrambi i casi) è perché in pochi giorni abbiamo tutti imparato a conoscere meglio il virus e, soprattutto, a fare esperienza dei suoi effetti. Spaventa molto ciò che non si conosce. Lo spavento si ridimensiona quando si inizia a comprendere. Un bambino piange per la paura in una stanza buia ma smette di piangere quando la luce si accende. La stanza è sempre la stessa, cambia l’illuminazione.

Se oggi parliamo in un certo modo del virus è proprio grazie all’informazione. Se lo conosciamo meglio è perché i giornalisti forniscono continuamente notizie intervistando gli esperti. Ovviamente parliamo di giornali e trasmissioni televisive e radiofoniche seri e responsabili, quelli che non inventano nulla ma raccontano i fatti, quelli che non puntano su titoli tanto sensazionalistici (e propagandistici) quanto idioti.

La sovraesposizione della notizia, insomma, è da ricercare nel peso che la politica ha dato alla vicenda. Con la conseguenza che, come spesso accade, ormai la situazione è un po’ quella di un cane che si morde la coda.

di Giovanna di Giorgio

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