Coronavirus, perché la curva non scende: parla l’esperto

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I segnali sono positivi, soprattutto quelli che arrivano dal Centro Italia, ma si dovrà attendere ancora almeno una settimana prima che la curva dell’epidemia di coronavirus cominci a scendere in modo statisticamente significativo in tutte le regioni. Lo rende noto l’Ansa, riportando le parole del fisico Federico Ricci Tersenghi, dell’Università Sapienza di Roma.

La situazione generale è infatti ancora molto diversa soprattutto fra le regioni più colpite del Nord, come la Lombardia, quelle del Centro e quelle meridionali, ha osservato l’esperto.

“Prima eravamo preoccupati per l’accelerazione e adesso siamo contenti che i dati si riducano di giorno in giorno. Siamo ancora in crescita – ha sottolineato – e il prossimo obiettivo è aspettare il rallentamento“.

La strada è lunga, ma i dati sono incoraggianti, sebbene le regioni presentino situazioni diverse. “In Toscana, per esempio, il numero dei nuovi pazienti ospedalizzati è aumentato molto poco e potrebbe essere un indice del fatto che molti vengano trattati a domicilio”, ha detto il fisico.

Dati stazionari da giorni anche per LazioUmbriaCampania e Puglia. Negli ospedali del Nord, invece, la riduzione dei ricoveri potrebbe dipendere dalle difficili condizioni in cui si trovano gli ospedali, che in alcuni casi potrebbero avere raggiunto il massimo della capienza.

Soprattutto nelle regioni più colpite dall’epidemia, come la Lombardia, “ci sono problemi di affidabilità dei dati che dipendono dalla situazione di emergenza sanitaria nella quale si trovano”, ha rilevato l’esperto.

Viene per esempio sottostimato il numero dei decessi, poiché è possibile che a coloro che muoiono in casa non vanga fatto il tampone, così come è possibile che “se un’Asl ha un numero elevato decessi non riesce a testarli tutti. I segnali di un miglioramento ci sono, ma non sono uguali in tutte le regioni”, ha detto ancora Ricci Tersenghi.

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In alcune realtà, come la Calabria e la Sicilia, si registra ancora una velocità di crescita dei casi superiore rispetto a quella delle altre regioni”. In generale è comunque possibile dire che “la velocità di crescita si è ridotta, ma che stiamo ancora crescendo. Non sta passando, ma la situazione va migliorando. Per cominciare a vedere dei segnali di riduzione in tutte le regioni bisognerà aspettare ancora 5-7 giorni“.

L’attesa prosegue, ma è anche il momento di prepararsi al futuro e farlo, secondo Ricci Tersenghi, significa avere un’idea precisa della diffusione dei casi in Italia. Questo significa identificare la percentuale delle persone asintomatiche, che pur non mostrando i sintomi dell’infezione o comunque avendo sintomi lievi, sono comunque in grado di diffondere il virus.

“La loro percentuale sulla popolazione è ancora molto incerta, ma è un parametro fondamentale per discutere di exit strategy”, di come gestire la riapertura quando il blocco totale sarà finito.

Uno strumento fondamentale per identificare tutti coloro che hanno avuto l’infezione è il test per la ricerca degli anticorpi. Si calcola che un livello di sicurezza si raggiungerebbe già se il 50% della popolazione avesse gli anticorpi, mentre se fosse il 20% con la riapertura si rischierebbe una seconda ondata. In mancanza di dati certi non restano che le stime.

Quelle elaborate dal gruppo di Ricci Tersenghi indicano che gli asintomatici potrebbero essere da 5 a 10 volte più numerosi dei casi diagnosticati e questi ultimi sarebbero quindi fra il 10% e il 20% dei casi reali.

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1 COMMENTO

  1. CI SONO MOLTI ASINTOMATICI IN GIRO PER QUESTO MOTIVO STIAMO MOLTO ATTENTI E NON MOLLIAMO LA GUARDIA PERCHE’ SAREBBE UN ERRORE GRAVISSIMO

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